Il nostro pianeta è stretto nella morsa del capitalismo più cieco, vive attanagliato nell’edonismo e nella noncuranza ma una via d’uscita c’è e a mostrarcela possono essere proprio i giovani, la mal raccontata Gen Z, tacciata di noia, mancanza di opinioni e prospettive. Abbiamo incontrato Daria Spina, la cui vita è tutt’altro che noiosa. Ha ventisei anni, è nata in Ucraina a Berdyansk, una cittadina sul mare e a quattro anni è stata adottata in Italia e si è stabilita a Cagliari dove studia Interior Design allo IED (Istituto Europeo di Design).
Le abbiamo chiesto quale sia la sua visione del design, inevitabilmente legata alle prospettive future non solo sue, ma di tutta la sua generazione, chiamata a sistemare le storture del mondo e a suggerire cambiamenti necessari che possono essere salvifici. Lo abbiamo fatto perchè il suo primo progetto è un qualcosa di molto particolare e soprattutto di molto lontano da ciò che il senso comune chiama design: non è infatti un bell’oggetto iconico, nè un’opera d’arte da esibire, nè tantomeno uno status da affermare. Daria Spina ha progettato ViBox, un modulo di prima accoglienza per i grandi disastri, come sismi, maremoti e guerre, proprio partendo da quella che imperversa nella sua terra natale, dove ancora risiede la sua famiglia naturale.
Daria secondo te oggi quali sono le competenze, oltre ai tecnicismi, che si richiede a un designer?
Oggi credo che un designer debba fare molto più che progettare. La tecnica è importante, ma senza sensibilità e visione rischia di non essere abbastanza.
Per me, un buon progetto nasce sempre da due domande semplici: qual è il problema? e perché? Sono queste, per me, le basi che permettono di osservare con attenzione, ascoltare davvero e capire il contesto prima ancora di tracciare la prima linea su un foglio. L’empatia è indispensabile, ti spinge a uscire dal tuo punto di vista e a guardare il mondo con gli occhi di chi userà ciò che stai creando. Per me, oggi, un designer è un po’ di tutto, artigiano, ingegnere, artista e scrittore, perché deve trovare soluzioni pratiche e concrete, perché ogni progetto deve raccontare una storia, perché ogni scelta porta con sé una responsabilità. Il valore di un progetto non si misura solo nella sua forma o nella sua estetica, ma nell’impatto reale che lascia, la capacità di migliorare la vita di qualcuno e, allo stesso tempo, rispettare e proteggere il mondo che lo ospita.
Il design può aiutarci a riequilibrare il mondo in cui viviamo?
Assolutamente si, credo che il design possa aiutarci a riequilibrare il mondo, ma solo se viene pensato con responsabilità e con una visione che vada oltre l’immediato. Un buon progetto può davvero creare equilibrio quando migliora la vita delle persone senza compromettere le risorse del pianeta. Per riuscirci, secondo me, serve sensibilità verso i materiali, ad esempio, sapere da dove provengono, come sono stati lavorati, quanta energia e quante mani hanno contribuito a trasformarli, e cosa accadrà loro a fine vita. Questo significa progettare fin dall’inizio pensando non solo alla funzione, ma anche al riuso, alla riparazione e
al riciclo, così che un oggetto non diventi rifiuto, ma possa avere più vite possibili. Per me è fondamentale la collaborazione, lavorare con artigiani, con tecnici, ingegneri e designer che ottimizzano processi, con esperti di sostenibilità che valutano l’impatto, con sociologi che leggono i bisogni delle comunità.
Quando queste competenze si incontrano, il progetto diventa più solido, più ricco e più vero. In questo modo, il design diventa un ponte che unisce estetica e funzione, creatività e responsabilità.

Come mai hai sentito di dover creare un prodotto meno orientato al mercato e più vicino ai bisogni della gente?
Non è stata una decisione improvvisa, ma un percorso che si è costruito con il tempo. Negli ultimi anni ho iniziato a guardare il mondo con occhi diversi e a rendermi conto che il nostro sistema, troppo spesso, produce in eccesso per chi ha già abbastanza, lasciando poco o nulla a chi ha davvero bisogno. Poi sono arrivati eventi che hanno reso questa consapevolezza ancora più forte: la pandemia, le crisi climatiche, le guerre. Tutte situazioni che ci ricordano quanto velocemente si possa perdere tutto. Mi sono chiesta: “Se un giorno capitasse a me, cosa resterebbe davvero?” Questa domanda è diventata il motore del mio lavoro. Da lì ho capito che volevo creare qualcosa che non seguisse soltanto le logiche del mercato, ma che nascesse dai bisogni concreti delle persone. Credo che il design, quando parte dall’ascolto e dalla necessità reale, possa essere un atto di cura. E ViBox è la mia risposta: un progetto che vuole trasformare un momento di crisi in una possibilità di ripartenza.
Quale potrebbe essere l’impatto del tuo prodotto? È facilmente realizzabile e rispetta la sostenibilità?
ViBox è nato con un obiettivo chiaro: dare una risposta immediata e concreta a un bisogno reale. Il suo impatto si misura nella capacità di offrire un rifugio sicuro e dignitoso a chi si trova improvvisamente senza una casa. È stato progettato per essere realizzabile in tempi rapidi, con una struttura modulare che si monta facilmente e si adatta a contesti diversi. I materiali sono scelti per essere reperibili localmente, riducendo trasporti e costi. Ho voluto che ogni scelta progettuale fosse guidata dalla sostenibilità: componenti riciclabili, riduzione degli sprechi, attenzione al ciclo di vita completo. Questo significa pensare non solo a come costruirlo, ma anche a cosa accadrà dopo, quando avrà finito di servire allo scopo. L’obiettivo di ViBox non è semplicemente “offrire un tetto”, ma creare un punto di partenza: un luogo che restituisca protezione, sicurezza e la possibilità di ricominciare.
Cosa sogni per il tuo futuro e per quello del nostro pianeta?
Per il mio futuro, sogno di restare curiosa e di non smettere mai di imparare, di crescere confrontandomi con persone e discipline diverse. Vorrei che il mio lavoro restasse sempre legato a un’idea semplice: essere utile. Che ogni progetto a cui metto mano possa migliorare, anche di poco, la vita di qualcuno. Per il futuro del pianeta, sogno un design consapevole, capace di creare senza sprecare, di rispettare i materiali e le persone, e di pensare non solo all’oggi ma anche a chi verrà dopo di noi. Se, grazie a ciò che ho creato, anche una sola persona potrà sentirsi al sicuro in un momento di crisi, per me sarà già una vittoria.
Contributo fotografico di Marco Loi










