Ogni periodo ha la sua New Wave che si rispetti, che si merita, che ne definisce i contorni, sia che questi siano linee solide o frastagliate, discontinue, con vette acuminate e incavi in cui andare a rintanarsi.
Ed ogni New Wave che si rispetti ha, bene o male, una patria: l’Inghilterra o più generalmente la combo UK + Irlanda.
Così fu nei primi anni ’80, nei ’90, a seguire.
Sono lustri che rifletto su questo, ognuno si prenda i meriti che vuole per banale campanilismo o illusione (che sono poi la prima figlia della seconda) ma se si vuole intercettare un suono che identifica un ben determinato periodo bisogna andare a volgere lo sguardo alla terra di Albione. Poi gli altri seguiranno, in un modo o nell’altro.
Abbiamo già avuto modo di assaporare questa nuova ondata di suoni semplici e taglienti – post punk si scrive per chi ama dare un genere – ascoltando gli Idles – qua – ma potremmo citare anche gli Shame o i Fontaines D.C. ad esempio che affrontano le sonorità proposte nella maniera più canonica che potremmo aspettarci e ci riescono benissimo senza però riuscire a lasciare quel qualcosa in più che ci si aspetta da ogni generazione successiva.
Ed ero qua quindi che mi scervellavo per capire come si potesse poi provare a dare qualcosa di più in un genere stra citato, quando una copertina dal sapore quasi 80s fece irruzione negli schermi del mio iPhone, coadiuvata da un suggerimento del mio dialogo costante attraverso i social, “clicchiamo su Play”, mi son detto, ed eccoci qua.
I Dry Cleaning esordiscono ormai nel lontano 2018 ed arrivano qua alla nostra attenzione dopo alcuni EP, un tour sold out con date oltreoceano bloccato indovinate da cosa ma con il tempo quindi di fermarsi e lavorare al full lenght, prodotto da John Parish per 4AD, non servono presentazioni ulteriori quindi.
Ecco, si per tutti gli amanti della catalogazione potremo chiamarlo Post Punk, Art Noise, con una piccola variante che in terra italica è ben conosciuta, lo spoken (Massimo Volume).
Ci troviamo di fronte a composizioni molto variegate, dove la stratificazione dei suoni è pulita, ordinata, discostandosi quindi dal magma shoegaze ma comunque molto articolata e dove a risaltare e rendere veramente unica, al momento, la poposta dei Dry Cleaning è il narrato ultra british di Florence Shaw, Vi assicuro, una gioia per le orecchie, un percorso terapico che ipnotizzerà anche i più distratti, coloro che preferiscono sonorità più dure e violente, insomma, lancio la sfida a chi non si lascerà ammaliare.
Durante l’ascolto di New Long Leg saremo quindi sommersi da un flusso di ricordi anomalo e agrodolce, dove l’acidità della chitarra di Tom Dowse e la pulsione cardiaca del basso di Lewis Maynard e della batteria di Nick Buxton saranno il giusto pavimento sonoro ai testi surreali, sognatori e romantici di Florence.
Come se ad un piccolo festival organizzato nel sud della capitale inglese partecipassero Gang of Four, Maxïmo Park, Smiths, Franz Ferdinand, Wire, Rakes, (a testimoniare, insomma, l’ottimo servizio) e decidessero di togliere il canale della voce per far recitare poesie ad una giovane artista sognatrice
Che sia questo un lato “Yin” di cui abbiamo assolutamente bisogno per affrontare questo periodo non so, so solo che è finalmente un qualcosa di stimolante e grazioso, ecco, che sia forse la grazia, quel qualcosa di cui abbiamo bisogno sempre e forse ancor più ora?
Torno ad ascoltare New Long Leg intanto.
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