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Da Cagliari a Birkenau sul treno di Primo Levi. Il viaggio senza ritorno di Elisa Fargion

Di Maurizio Pretta
27/01/2024
in Comunicazione e società, Storia
Tempo di lettura: 6 minuti
Da Cagliari a Birkenau sul treno di Primo Levi. Il viaggio senza ritorno di Elisa Fargion

La Giornata della Memoria dovrebbe servire a far conoscere la storia di una delle più grandi tragedie dell’umanità, l’Olocausto. Tuttavia sembra che Cagliari di memoria ne abbia ancora troppo poca. In quanti e in quante conoscono la storia di Elisa Fargion? Chi sa che qui vi nacque nel 1891 da una famiglia di antiche origini ebraiche, prima che gli eventi della vita la portassero a Ferrara dove il 5 febbraio del 1944 venne catturata, portata a Fossoli, caricata sullo stesso dove viaggiò Primo Levi e destinata ad Auschwitz? Abbiamo voluto saperne di più su questa storia, della quale si conosce veramente poco, per raccontarla e cercare di preservarla dalla polvere del tempo, restituendola a una città che forse con la storia e la memoria non ha ancora fatto bene i conti.

Elisa Carmen Fargion nasce a Cagliari il 7 maggio del 1891 al civico 22 della Via Mores, l’attuale via Napoli, da Abramo e Rachele Fortunata Sacerdoti. Il padre è un ingegnere navale e ferroviario originario di Livorno. È la sua professione a portarlo in città, in qualità di ingegnere principale della trazione e delle ferrovie sarde della Compagnia Reale, che svolge con spirito intraprendente, onorato nel 1899, in periodo di “somos todos caballeros”, dalla nomina a Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia. La famiglia si completa con Giuseppe, Ugo, Ada e Eugenio, anch’esso nato a Cagliari nel 1895, che ritroveremo più tardi nella nostra narrazione. Almeno fino al 1902 i Fargion risiedono in città, dopo i figli di Abramo, che morirà nel 1922, costruiranno il loro futuro fuori dall’isola.

Di Elisa, Lisetta, come la chiamavano in famiglia, sappiamo che in una imprecisata data dei primi decenni del Novecento sposa Gastone Levi, un ferrarese di origine ebraica di otto anni più grande, e si trasferisce nella città estense. Ferrara è una città dove la presenza israelitica è vecchia di secoli e dove, oggi sembra quasi impossibile, dal 1926 al 1938 il podestà è un ebreo, Renzo Ravenna, amico stretto di Italo Balbo. Fino al 1938 la convivenza fra sinagoga e casa del fascio scorre senza intoppi di sorta, al comune impera “quel vecchio fascista dell’avvocato Geremia” – la sprezzante definizione postuma di Giorgio Bassani – ed è presidente della comunità ebraica il professor Silvio Magrini, dal quale lo scrittore trarrà ispirazione per uno dei suoi libri più celebri, “Il giardino dei Finzi-Contini“. Tutto cambia con la promulgazione delle leggi razziali e col ‘Manifesto degli scienziati razzisti’.

Qui entra in scena un altro cagliaritano, Lino Businco, solerte medico fascista membro dell’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Roma e nel1938 vice direttore dell’Ufficio Studi sulla razza del Ministero della Cultura Popolare, che dalle colonne della rivista “La difesa della razza” declama assurde tesi sulle presunte origini ariane della razza sarda. Un personaggio che non ha mai pagato per le sue aberrazioni, raro esempio di decorato dal Fuhrer e dal Presidente della Repubblica, per il quale la città di Cagliari non ha accolto l’appello di Franco Cuomo, giornalista e scrittore, autore del saggio ‘I Dieci’, di non dimenticare il nome di questi scienziati che vollero dimostrare di essere inferiori e ci riuscirono pienamente. Quasi una damnatio memoriae al contrario . Ahi Casteddu! Verrebbe da dire.

Con la destituzione di Mussolini del 25 luglio nel 1943 cominciano a regnare confusione e incertezza. Elisa e Gastone ogni tanto vanno a trovare il fratello Eugenio, ingegnere delle Officine Aeroplani Caproni a Taliedo, nel milanese, nella sua bella villa di Stimianico di Cernobbio, sul lago di Como. Anche per lui, dopo le leggi del 1938 le cose sono cambiate parecchio e ben presto vedrà le attività industriali e commerciali che dirige confiscate e la sua villa occupata dalle SS. Eugenio, conscio della brutta piega che stanno prendendo gli eventi, implora Elisa e il marito di non fare ritorno a Ferrara; sono a un passo dalla Svizzera e potrebbero scappare assieme a lui, alla moglie Alma e i figli Mario e Annamaria. Al loro caso si sta interessando direttamente Giovanni Battista Caproni che nel settembre del 1943 organizzerà il passaggio della frontiera e si preoccuperà di garantire per loro alloggio in terra elvetica sino alla fine della guerra. Sciaguratamente i coniugi Levi non ascoltano la sua accorata supplica e fanno ritorno a casa.

Dopo l’8 settembre 1943 per gli ebrei ferraresi la situazione cambia da difficile a drammatica. Arrivano i nazisti, il giornale fascista ” Ferrara Repubblicana” chiede a gran voce che la città venga “completamente liberata dagli ebrei e dalle loro proprietà” essi sono “i veri nemici del popolo”. Dopo l’uccisione del federale Igino Ghisellini, trovato morto il 15 novembre, si scatena la rappresaglia fascista che culmina nell’Ecidio del Castello Estense, dove undici cittadini sono fucilati e fra essi quattro ebrei. L’episodio verrà raccontato da Bassani in ‘Cinque storie ferraresi’ e dal bellissimo film ‘La lunga notte del ’43’ diretto da Florestano Vancini. Fra i catturati c’è anche Gastone, il marito di Elisa, che viene rinchiuso nel carcere di via Piangipane.

Nel gennaio del 1944 la polizia fascista comincia il rastrellamento degli ebrei rimasti in città. La sinagoga italiana di via Mazzini, già devastata nel 1941, viene messa nuovamente a soqquadro e diventa centro di detenzione per gli ebrei catturati. Elisa viene presa il 5 di febbraio, lo stesso giorno che Leone Ginzburg muore in seguito alle torture delle SS; è un sabato, lo Shabbat, che nella religione ebraica è il giorno di festa e del riposo, e portata al Tempio Italiano. Poco dopo viene trasferita a Fossoli, in un campo di prigionia nel comune di Carpi, in provincia di Modena, dove viene portato anche Gastone. In quello che venne definito “l’anticamera dell’inferno” ci stanno anche un altro Levi, un giovane chimico torinese che di nome fa Primo e il vecchio professor Magrini.

E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire. Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva ( Primo Levi – Se questo è un uomo)


Il campo di Fossoli (Modena) “l’anticamera dell’inferno” dal quale furono deportati 2082 ebrei

Anche per Elisa e Gastone cominciano le notti degli incubi senza fine. Il 22 febbraio vengono caricati sul Convoglio numero 8, un treno formato da dodici vagoni piombati dove vengono assiepate 650 persone che parte alla volta di Auschwitz. Per conoscere la sorte che spettò ai coniugi Levi basta leggere la descrizione dell’arrivo del treno a Birkenau, su quei binari che spesso portano direttamente alla camera a gas, che fa Primo Levi in ‘Se questo è un uomo‘: “Venne a un tratto lo scioglimento. La portiera fu aperta con fragore, il buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento a una rabbia vecchia di secoli. Ci apparve una vasta banchina illuminata da riflettori. Poco oltre, una fila di autocarri. Poi tutto tacque di nuovo. […] In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente”.

Era il 26 febbraio 1944. Quel giorno moriva Elisa Fargion. Per lei nessuna divisa, nessun numero tatuato sul braccio, nessun addio ai suoi lunghi capelli e nessuna stella di David da applicare sulla casacca. Per lei direttamente la camera a gas e il forno crematorio, destina ad essere inghiottita dal buio, sepolta sotto la neve di Birkenau e offuscata dalla polvere del tempo. Anche il marito Gastone ebbe la stessa sorte.

Sarebbe auspicabile che la sua città natale cominciasse a ricordarla, magari con una pietra d’inciampo nella via Napoli, nel quartiere di Marina tanto caro a Francesco Alziator che lo considerava “un modo di vivere, una filosofia dell’esistenza che vince i secoli”. E se sarà impossibile comprendere forse servirà a rinfrescare la memoria a questa città distratta dalla storia, in quanto, come ammonì Primo Levi, “conoscere è necessario, perché è successo e può succedere ancora“.

La lapide della sinagoga di via Mazzini a Ferra che ricorda i 96 ebrei morti nei campi di concentramento. Per errore il nome di Elisa è stato riportato come Luisa Levi Fargion

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