L’ultimo libro di Gianni Usai, edito da Il Maestrale, non è solo una bella storia scritta bene. La trama disarmante infatti consente di fare un’immersione in quelle che sono le miserie collettive e personali, nei sogni e nelle aspirazioni attese o puntualmente disilluse di tutti noi. Il protagonista, Cristian T., ha una vita apparentemente risolta: casa, lavoro, figlio, moglie. Tutto sembra marciare nella direzione che la società ci insegna essere giusta a un certo punto del nostro percorso biologico. Ma se qualcosa, un accadimento tanto improbabile quanto illuminante, scombina le carte che abbiamo calato con pazienza sul tavolo da gioco? Cristian T. dovrà fare i conti con una realtà nuova, con un io diverso, con abitudini e meccanismi relazionali del tutto inaspettati. Per gestire questo repentino e imprevedibile cambiamento dovrà modificare in qualche modo se stesso, analizzare, riflettere, ricordare.
Il percorso in una nuova dimensione, non intesa in senso fantascientifico, è il cuore del romanzo, scritto con una prosa agile e un lessico attento a non prendere derive troppo immaginifiche. Il linguaggio infatti riflette una quotidianità niente affatto povera ma estremamente realistica, fatta di azioni e pensieri assolutamente umani e credibili, attraverso lo spettro completo delle emozioni: dalla gelosia, al desiderio, dal rancore alla tenerezza. Il cibo, il sesso, le parole, sono estremamente vere e guidano il lettore, spronandolo a seguire i passi incerti del protagonista.

Così l’autore, nato a Sinnai, in provincia di Cagliari, alla sua terza pubblicazione con Il Maestrale, riesce a convincerci della genuinità di questo assurdo accadimento e ci coinvolge nella storia fino alla conclusione. Una conclusione non scontata e che lascia aperte molte strade da percorrere in cerca di una verità assoluta, chimera forse irraggiungibile per tutti noi.
‘Cristian T.’ diventa in questo modo un lavoro quasi corale, un lampo di genio illogico che spezza le piccole e grandi certezze che governano le nostre vite, irrompendo nella quiete della routine e aprendo scenari dai confini confusi e illusori. Ciò che resta sono le ombre, le conferme minime intrappolate negli angoli del pensiero, le sensazioni di fuga e di estraneità anche da se stessi, un ineluttabile senso di impotenza davanti alle inspiegabili derive del destino.
E, lungi dall’evasione letteraria, il paradosso creato da Gianni Usai ci si rivela in tutta la sua inquietante concretezza: per potersi trovare è necessario perdersi.










