Fantasia, talento, genio. Sono queste le parole che nel linguaggio comune descrivono la creatività. E se non fossimo neanche lontanamente vicini alla verità? Nel nuovo libro del giornalista e semiologo Stefano Bartezzaghi “Mettere al mondo il mondo: tutto quanto facciamo per essere detti creativi e chi ce lo fa fare” (Bompiani) si indaga un tema in apparenza semplice e leggero ma che rivela invece sfumature difficilmente conciliabili con la nostra idea preconcetta di ciò che è creativo. Il tema sarà affrontato nella giornata di apertura del festival Pazza Idea, da oggi a domenica a Cagliari con il tema “Sguardo altro”: appuntamento alle 20 al centro comunale Il Ghetto, Stefano Bartezzaghi presenterà la lectio magistrali “Cosa abbiamo da dire di nuovo”.
Tutti i dizionari riportano per creatività la disposizione alla capacità di ideare qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c’era. È anche vero che da teorica e astratta questa novità si deve tradurre in qualcosa di concreto nella realtà perché la creatività sia riconosciuta. Esattamente come altre parole anche questa sfugge alla definizione unica assumendo anche, a seconda della situazione d’uso, contorni molto negativi. Di un artista diciamo che è creativo con entusiasmo ma se pensiamo ai libri contabili redatti da un impiegato d’azienda ecco che definirli ‘creativi’ ci fa pensare a qualcosa di illegale.
La creatività è considerata qualcosa che per sua natura non può essere imbrigliata con la logica, che tende invece a analizzare processi di trasformazione misurabili, quantificabili e molto più pratici che concettuali.

La nostra società è però nel contempo affascinata dal nuovo, in tutte le sue variabili, viste essenzialmente come progresso: nella scienza e nella medicina, nella moda, nella tecnologia. Chi riesce a innovare gode del prestigio sociale e il linguaggio convenzionale si colora di espressioni che rafforzano questa visione contribuendo a creare dei veri feticci linguistici. E sempre la società recente ha inventato il concetto di creatività: per il designer e artista Bruno Munari è l’elemento che riesce a giocare fra questi due poli: “È libera come la fantasia ed esatta come l’invenzione”, mentre per il suo allievo Enzo Mari “non esiste oggi parola più oscena e parola più malsana della parola creatività”.
Un ruolo importante in questo processo di narrazione verbale lo svolgono i media, a volte in modo sottile e persuasivo come nella pubblicità, altre con strategie più legate al mondo dell’informazione: la creatività racconta la creatività generando creatività. Tutte le categorie produttive e professionali, a loro modo, sono interessate da questo fenomeno. Basta pensare alla narrazione di un brand di moda, ambito in cui creatività significa proporre nuovi abiti rimanendo fedeli allo stile del proprio brand. La creatività è anche del tecnologo, dello scienziato, di chi intuisce come cambiare qualcosa di esistente in un qualcosa di meglio.
Si parla di dono ma vengono anche associati fattori fisici alla creatività: avere gusto, orecchio, naso e occhio per le cose. Coinvolgendo i cinque sensi il discorso abbraccia quindi una sensorialità concreta e una sensibilità personale. “Voler essere creativi significa voler esser riconosciuti come capaci di produrre qualcosa che possa essere riconosciuto come nuovo. Ottenuto tale status occorrerà confermarlo, entrando nella fase continuativa…a quel punto l’attività creativa diventa abituale…l’inventivo rischia di finire nel meccanico, il nuovo nel ripetitivo” scrive Bartezzaghi.
Un libro complesso e affascinante che, attraverso la semiotica, rivela aspetti interessanti del nostro linguaggio, delle interazioni sociali e professionali.

Gli appuntamenti di Pazza Idea proseguono fino a domenica: venerdì si apre alle 17 con “La frattura dell’amore”, incontro e performance poetica con Maria Grazia Calandrone; alle 18 incontro con Paolo Milone, psichiatra, con il suo libro “L’arte di legare le persone”; alle 19 la giornalista Tiziana Ferrario racconta la resistenza delle donne afghane; dopo l’incontro delle 20 con Stefano Bartezzaghi alle 21 sarà presentato l’esordio cinematografico di Alison Klayman, “Never sorry”, film che racconta la carriera artistica di Ai Weiwei.
Il ricco calendario del festival, organizzato dall’associazione Luna Scarlatta, vede tra gli ospiti di sabato e domenica Paolo Di Paolo, Annamaria Testa, Michel Faber, Alessio Forgione, Tommaso Giagni, Donatella Di Cesare, Giulia Blasi e Vera Gheno, Mauro Ermanno Giovanardi, Fabio Viola,, Jolanda Di Virgilio, Ilaria Gaspari, Manuel Vilas, Gabriella Nobile e Nadeesha Uyangoda, Jan Brokken, Paolo Berizzi e Omar Pedrini.
(La foto in evidenza è di Anna Fantuzzi)










