Giuseppe Fiori cominciò il suo percorso professionale come cronista di Radio Sardegna, la prima voce libera nell’isola liberata, in una Cagliari rasa al suolo con le macerie della guerra ancora fumanti. Ma il suo destino era la carta stampata, quella dei giornali e dei libri, da dove avrebbe raccontato i mali della Sardegna ma anche la vita di alcuni fra i suoi figli più virtuosi. Una vita intensa, passata anche per la televisione, scandita da rigore, morale e professionale, innovazione e una libertà di pensiero che ha tenuto anche da parlamentare, sempre attento alle tematiche riguardanti la sua terra e ai problemi dell’editoria e della comunicazione. Fedele al dovere della verità e outsider rispetto a ogni ortodossia, ci ha lasciato un gigantesco patrimonio storico-culturale che dovremmo sfruttare un poco tutti, per capire meglio il passato ma anche questo nostro impetuoso presente.

Cagliari non era la sua città, ma la sentiva sua, sua visceralmente, talmente tanto da rifiutare un trasferimento alla sede romana de ‘l’Unità’. L’aveva vissuta da studente universitario in legge, mentre infuriava la guerra e l’aveva vista bruciare sotto le bombe del febbraio del 1943 e ridursi a un cumulo di macerie mentre lui e i suoi compagni, armati di pala e piccone, disseppellivano i cadaveri con addosso l’angoscia e gli abiti impregnati di morte. “Avevamo vent’anni – scrisse nel decennale di quel tragico inverno dalle colonne del ‘L’Unione Sarda‘ – avevamo vent’anni e in poche ore li smarrimmo. Mai più gli abbiamo ritrovati”.
Ma forse è proprio in quelle macerie, fisiche e umane, in quella resurrezione vissuta e raccontata prima alla radio e poi dalle colonne del giornale dove svolgeva quello che chiamava garzonato, nei giorni felici, fervidi, con voglia di futuro e intrisi di una solidarietà spontanea, cha ha trovato la linea etica alla quale sarebbe sempre rimasto fedele e lo smisurato amore per la città con l’elefante sulla torre.
Da qui è partito per narrare, come nessuno fino ad allora aveva mai fatto, la vita di Antonio Gramsci; per diseppellire dalla polvere della storia quella di Michele Schirru; per consegnare al mito quelle di Emilio Lussu, Enrico Berlinguer, la Famiglia Rosselli ed Ernesto Rossi, e smitizzare quella del venditore Silvio Berlusconi. Da qui ha cominciato a investigare le ragioni della “società del malessere” della sua isola, dei suoi anacronistici caratteri medioevali con ‘Baroni in Laguna’ e delle faide barbaricine con il romanzo ‘Sonetàula‘.

Di lui ha scritto l’editore Giuseppe Laterza: “Peppino Fiori ci lascia una lezione di intransigenza morale ma anche di profonda umanità, di capacità di confrontarsi con i problemi che la realtà presenta, di fare esperienze sempre diverse con curiosità e passione. Se pensiamo alla varietà dei temi affrontati, dei mezzi di comunicazione utilizzati (giornali, radio, tv), dei generi letterari percorsi (romanzi, saggi, inchieste, biografie, sceneggiature cinematografiche e televisive), ci accorgiamo che si cimentava sempre con imprese nuove, rimettendosi ogni volta in gioco, utilizzando le tribune più diverse, dalla pagina dei giornali a quella del libro, dallo schermo televisivo alle aule parlamentari. Con la capacità di guardare al presente senza pregiudizi, senza schemi precostituiti, tenendo sempre ferma la barra anche durante le tempeste”.
Peppino Fiori era nato a Silanus il 27 gennaio del 1923 e ci ha lasciati nell’aprile di vent’anni fa. La sua lezione, recepita da pochi, è alla portata di chiunque abbia ancora voglia imparare. Magari questa duplice ricorrenza potrebbe essere un’ottima occasione per farlo, e fra le macerie odierne ritrovare quella voglia di futuro e quella solidarietà spontanea ormai quasi scomparsa, provando a costruire quelle nuove “societas erum” e “societas hominum” care ad Antonio Gramsci, per portare un poco d’acqua ristoratrice in questo nostro arido tempo, prima di girare la testa e cadere esausti. Come le pecore di ‘La società del malessere’.










