Quando penso al Robert Smith della fine degli anni settanta è come vedere un film in bianco e nero. Lo immagino assonnato a bordo del treno Manchester – Liverpool ai primi chiarori dell’alba in un dormiveglia affannoso. Ha appena vent’anni ma si sente vecchio, senza nessuna fiducia nel futuro, disilluso dalla vita e col pensiero che andare avanti sia del tutto inutile. Con i Cure ha appena inciso il primo disco ‘Three Imaginary Boys‘, ma non è soddisfatto del mondo che lo circonda. Quando suonano dal vivo ha la sensazione di fare schifo ogni volta, anche se poco importa a quel pubblico formato sostanzialmente da gente che va ai loro concerti soltanto per ubriacarsi. Ma più di tutto sente il peso di non potersi comportare liberamente senza preconcetti o criteri individuali, senza preoccuparsi del conformismo di un mondo dove non può permettersi di mostrare le sue debolezze e le sue emozioni. I ragazzi non piangono? Non è assolutamente vero e questo Robert lo sa molto bene e lo riversa in musica. Nasce così un pezzo che dietro l’orecchiabilità pop nasconde in realtà una disarmante sensibilità e che cambierà il destino della sua band e la vita di moltissimi ragazzi : ‘Boys Don’t Cry’.

“Crisi sentimentale adolescenziale, giro di chitarra killer, e se la sente uno che non sa niente dei Cure, col cavolo che lo convincete che furono l’anima dark degli anni 80”. Dice bene Luca Sofri. Ma forse anche Smith e compagni non avrebbero mai pensato che questa canzone avrebbe ispirato libri, film e che ancora quarant’anni dopo avrebbe fatto emozionare il pubblico pagante, ma questa volta attento ed emotivamente partecipe, dei loro concerti.
D’altra parte, l’ho visto con i miei occhi commuoversi sul palco del “Rock In Roma” nel 2012, al termine di quel pezzo composto spontaneamente molto tempo prima, quando ancora suonavano negli angoli dei pub davanti a giovani punks ostili o indifferenti e tutto ciò non era consentito.
Ho cercato di riderci sopra, mascherare tutto con bugie, ho cercato di riderci sopra, nascondendo le lacrime nei miei occhi perché i ragazzi non piangono.
Quando la metto nelle mie serate cerco sempre di incontrare lo sguardo di chi dopo due accordi la riconosce. Mi diverte vedere il cambio d’espressione dei loro volti e in qualche modo rivivere specularmente quello che provo io nell’ascoltarla.
Capitò così anche il 21 Dicembre 2015. Il collettivo Chourmo aveva organizzato una festa prenatalizia alla cantina Pusole di Cagliari. Buon cibo, ottimo vino, due chiacchiere in allegria e nel mentre la musica viaggiava fra convivialità e sorrisi. Faccio partire ‘Boys Don’t Cry’, molti posarono piatti e bicchieri e si lanciarono in pista. Ad aprire le danze una coppia in total black. Non potevo ancora saperlo, ma quel ragazzo e quella ragazza, uniti nella vita come nella danza, diventarono, da lì a poco, due persone a me particolarmente care. E se oggi ho il privilegio di scrivere qui di emozioni e musica lo devo esclusivamente a loro.
A ben vedere non è affatto un luogo comune ribadire che alcune canzoni hanno la capacità di far nascere nuovi incontri e cambiarti realmente la vita. Lo diceva anche Joe Strummer dopotutto e anche se questo assunto per qualcuno potrà suonare retorico, non mi frega più di tanto, è la verità ed è sempre emozionante ricordarlo e no, non me ne vergogno affatto.











Grazie Maurizio per aver rievocato immagini, suoni ed emozioni che fanno parte della mia infanzia e dell’adolescenza. Si, perché non avevo idea di come stare al mondo ma mi piaceva farlo vestita di nero con kajal esagerati negli occhi e rossetti oltre il bordo delle labbra; preferivo stare chiusa nella mia stanza piena di pipistrelli, candele e poster con un libro o una chitarra piuttosto che uscire a fare “vasche” inutili. E chiaramente Cure “Close to me” sempre!!