Conoscere la storia, apprezzarne le particolarità, imparare a difendere i tesori che custodisce. Questo lo scopo dei “Dialoghi di archeologia architettura arte paesaggio”, eventi organizzati dal Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Ogni giovedì fino al mese di dicembre studiose e studiosi si confrontano su curiosità della storia e propongono la loro visione del futuro, ognuno nello specifico delle sue competenze. Il luogo simbolo scelto per seguire questo percorso di scoperta è la Basilica paleocristiana di San Saturnino, edificio affascinante e carico di memorie nel cuore del tessuto urbano.
L’incontro di giovedì 9 dicembre ha visto protagonista lo stilista e artista Antonio Marras, chiamato a raccontare la sua esperienza nel riallestimento del padiglione Clemente al Museo nazionale archeologico ed etnigrafico Sanna di Sassari lo scorso maggio.
“Sarei dovuto essere un perfetto impiegato di banca ma per fortuna il destino ha voluto altro per me. Sono un operatore del tessuto, per me è come lavorare la creta o fare il pane – ha raccontato lo stilista algherese – il tessuto per me è un mondo in divenire, un’opera aperta e anche non conclusa a volte, ma che alla fine, volendo, si può indossare. Sono uno prestato agli stracci, ho l’animo del rigattiere. La mia esperienza al Museo Sanna è stata una gioia. Primitivo e contemporaneo sono stati affiancati in modo libero, giocoso e inaspettato poiché l’identità è dinamica, abbraccia molte realtà in movimento. Le mie scelte sono istintive, spontanee: assemblo tutto ciò che trovo, amo l’usato logoro, ciò che è abbandonato. Lo stesso amore che mi spinge ad adottare cani abbandonati”.

Marras si sofferma su un concetto fondamentale anche per mettere a tacere le critiche, ovvero la precisa volontà di non voler replicare il modello di allestimento di un museo etnografico ma di cercare una via nuova per far dialogare l’antico e il contemporaneo, in cerca dell’inusuale. Così ha mischiato corsetti e abiti di vari paesi trasgredendo la rigida logica della realtà etnografica per perseguire l’astrazione artistica e mostrare una realtà dinamica, fatta di contaminazioni e senza confini, proprio come la nostra società, dall’identità fluida e in continuo cambiamento. Un allestimento dunque che viaggia sui binari dell’azione e dell’evocazione, lontano dall’immobilità accademica che, seppure apprezzabile nel suo rigore, pone dei limiti all’attualità.
“Ho scelto sei pezzi della collezione Sanna, tra casse e casse di materiali bellissimi e mai esposti – prosegue Marras – e ho chiesto a Elvira Serra, Flavio Soriga, Marcello Fois, Francesco Abate e altri scrittori di inventare aneddoti e storielle su questi pezzi, di contribuire a crearne l’anima. Lia Careddu, attrice straordinaria, ha avuto il compito di interpretare questi testi e renderli ancora più vivi con la sua voce”.
Il dialogo tra passato e contemporaneo deve assolutamente essere incoraggiato, serve un linguaggio nuovo che sia in grado di restituire l’immagine di una società pulsante e in costante movimento e che, alla precisione scientifica, sappia affiancare anche visioni altre, perché i musei siano luoghi non solo di memoria ma anche di stimolo per la creatività nel presente, una memoria viva.










