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Antonella Minzoni e le sue Fèminas: “racconto storie taciute per troppo tempo”

Di Gianfranca Orunesu
13/04/2024
in Arte, Cultura
Tempo di lettura: 4 minuti
Antonella Minzoni e le sue Fèminas: “racconto storie taciute per troppo tempo”

Un poco ribelle, molto cocciuta, imperterrita. È così che si descrive Antonella Minzoni, siniscolese, una fèmina sarda che rende omaggio ad altre fèminas attraverso l’omonima mostra allestita in Sardegna e anche oltre il Tirreno. I volti da lei impressi nel legno sono quelli di Grazia Deledda, Eleonora d’Arborea, Marianna Bussalai, Maria Lai, Pierina Cilla e di tante altre guerriere immerse in su connotu ma proiettate verso il futuro. Donne con tanti punti in comune, creatrici di tanti percorsi di autodeterminazione, ma profondamente differenti tra loro come diversi sono stati i tempi e i luoghi del loro agire. Abbiamo raggiunto l’artista a pochi giorni dalla manifestazione promossa dalla sua associazione Ideas e che, anch’essa intitolata “Fèminas”, si svolgerà a Siniscola il 25 e 26 aprile tra dibattiti, proiezioni, riflessioni e ponti gastronomici. Ne è emersa una profonda chiacchierata con al centro l’impossibilità di scindere l’impegno artistico da quello civile.

Come nasce l’idea di imprimere i volti delle tue fèminas su legno?

Imparare a guardare da una nuova prospettiva ci permette di acquisire consapevolezza. Lo scopo di questa mostra che si evolve nella semplicità delle cose, dimostra che possiamo diventare qualunque cosa vogliamo essere, cominciando a ritrovarci nell’esperienza di altre donne. Quindi una mostra, perché l’impatto visivo è più immediato e raggiunge tutti e tutte e apre alla curiosità, dunque alla conoscenza.

Le tue protagoniste hanno un particolare messaggio che vorresti diffondere?

La differenza. È un percorso, quello che propongo, dove emerge splendidamente come queste donne sono differenti tra loro. Donne di Sardegna che si sono autodeterminate e che scardinano l’immaginario comune e l’idea radicata di una società matricentrica, più che matriarcale che ha costretto la donna tra le pareti di casa. Le donne che propongo hanno vissuto le proprie specificità non come un difetto, come la consuetudine ci vuole insegnare, ma come un pregio a prescindere dal campo in cui esse si sono distinte, affrontando difficoltà all’apparenza insormontabili e che dimostrano che il ruolo femminile non è secondario ed accessorio a quello maschile.

E tu che con la tua arte divieni loro portavoce, ne hai uno particolare da consegnare alla collettività?

Raccontando le loro storie l’intento è quello di fare capire che bisogna cambiare le prospettive, consegnando alla donna il ruolo che le spetta di diritto nella società; non un ruolo di appendice ma di presenza autentica. Quella che per secoli ci è stata propinata come inadeguatezza, rappresenta in realtà la nostra abilità a guardare al mondo in modo differente, con la certezza di essere altro rispetto all’ordine dominante, partendo da quel che siamo, ognuna a seconda della propria specificità. In questo viaggio visivo e relazionale si incontrano donne di ogni estrazione sociale, ognuna delle quali, al di là degli strumenti a disposizione, si è saputa distinguere solo grazie alle proprie propensioni ed intelligenze.

Ci puoi parlare della tecnica adottata per riprodurre i volti dei tuoi personaggi?

Uso la tecnica del photo transfer, che è semplicissima, accessibile a tutti e tutte e che resta in linea con quello che è il messaggio che la mostra vuole trasmettere. La scelta del legno, che è materia viva, come simbolismo che niente muore e tutto si trasforma, in un susseguirsi di genealogie femminili che tutte unisce. In ultimo, lo spessore sottile e leggero delle tavole per richiamare alla fotografia, un mezzo immediato e arrivabile a chiunque. Impattante e diretto.

Come è stata accolta la tua proposta artistica nelle varie tappe in Sardegna?

È una mostra che esce fuori dai canoni, sia per il tema trattato sia perché esce dai soliti cliché e sortisce meraviglia per la sua originalità e perché racconta storie taciute per troppo tempo. E questo perché la storia ci è sempre stata raccontata al maschile, quella femminile è sempre stata solo citata. Ne abbiamo prova con la granitica Grazia Deledda che ancora oggi a distanza di un secolo detiene il primato di prima donna italiana vincitrice del Premio Nobel per la letteratura, ma che quasi mai viene studiata nelle scuole.

Come e quando ti hanno contattato per portare fuori dall’isola le tue realizzazioni?

Il merito va tutto a Dina Meloni, presidente del circolo sardo Peppino Mereu a Siena che ha saputo credere in me e che ha voluto la mostra esposta alla Limonaia del Tribunale. Un’esperienza che mi ha arricchito tantissimo, non solo per il suo esito positivo ma anche per la bellezza degli incontri e dei confronti. Sempre utili e necessari e che aprono al mondo.

Prossimamente esporrai a Perugia e a Firenze, che aspettative hai?

Quando decisi di realizzare questa mostra mi convinsi che avrei raggiunto il mio scopo se anche una sola donna avesse tratto da essa uno stimolo al proprio riscatto e al rafforzamento della propria autostima. Le donne sono state tante, tantissime: felici, commosse, motivate, riconoscenti. Questo mi spinge a continuare. L’aspettativa rimane sempre la stessa e mi seguirà ovunque verrà ospitata questa mia opera.

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