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Alfabeto interno. La prima famiglia di parole

Di Valeria Martini
26/03/2021
in alfabeto interno, Rubriche
Tempo di lettura: 7 minuti
Alfabeto interno. La prima famiglia di parole

Famiglia inizia con F, come farfalla che è una delle creature che il primo giro di alfabeto interno mi ha portato. Ma F era anche la lettera che designava la mia sezione alle scuole medie e superiori. Io ero nella sezione F. Tutto questo fa fiorire feroci fantasie. F come finale e come filo, quello che userò nel tentativo di cucire assieme tutte le parole che ho usato fino a qui e che sono: amore, benevolenza, cuore, diverso, empatia, fiducia, gratitudine, hotel, io, jolly, kerosene, libertà, maturità, narcisismo, ovvio, pudore, quantità, resilienza, speciale, topdog, uva, valutazione, wi-fi, xenofobo, yoga, zitti.

A questo link tutti gli articoli della rubrica.

Un giorno in un hotel, che era rimasto senza clienti per un lungo periodo, cominciarono ad arrivare degli ospiti. L’evento era del tutto inaspettato, tanto che l’hotel stesso non si era minimamente preparato per l’accoglienza. Senza provviste, con tutte le camere da spolverare, ma soprattutto totalmente mancante di personale, aveva tuttavia dovuto accettare l’arrivo di questi viandanti. Le camere erano in ordine, i letti rifatti, i saponcini e le salviette ben riposti sul marmo dei lavabo in bagno, le pantofoline in bella mostra sugli scendiletto, e le tende doppie, quelle leggere per la luce e quelle pesanti per la penombra, avevano mantenuto la loro originale eleganza.

Ma non c’era nessuno. Anzi, no. L’unico che era rimasto in postazione era il portinaio, nella sua reception tutta ordinata, col pannello delle chiavi appese in gran bell’ordine. I ganci di metallo dorato, da cui pendevano le chiavi, erano lucidi e perfetti e il pannello rivestito da un sontuoso drappo di velluto verde bottiglia, incorniciato in legno color noce, metteva in risalto la cura adoperata per dare un’impressione di pulizia ed efficienza. Bellezza e attrattiva era lo slogan che il tintinnio delle chiavi appese, se mai si fossero potute muovere tutte assieme, sembrava volesse comunicare.

Il portinaio, un signore sulla cinquantina, era affetto da una brutta sindrome: narcisismo. Con una certa probabilità questo era stato il motivo della diminuzione dei clienti, fino alla loro totale scomparsa.

Il portinaio è l’anima dell’hotel, molto di più del direttore, oh sì. Quando arrivi c’è lui che ti aspetta, nella sua livrea impeccabile, cordiale e disponibile, anche nel chiudere un occhio su certe regole che ad alcuni viaggiatori vanno strette.

Una di queste è la regola della benevolenza. Si sa che quando si è in viaggio non si sta troppo a guardare il bene altrui ma solo il proprio. Si è alla ricerca di ogni vantaggio, divertimento e opportunità per se stessi. Come se volere il bene per sé non si riverberasse anche sul prossimo. Ma quando il viaggio è costoso, comunque faticoso anche se di svago, peggio se solo faticoso perché di lavoro o per motivi di salute, fare il bene per sé si tramuta, silenziosamente, in forme più o meno estese di egoismo.È come se avvenisse una chiusura, come se non fosse più possibile l’empatia.

Quel giorno, però, all’hotel arrivarono tre ospiti speciali. Amore. Gratitudine. Libertà.

Amore era un signore di bellissimo aspetto, appena sotto la sessantina, distinto, dal portamento stile lord inglese, ma non freddo e distaccato, bensì calmo e caloroso. Contraddistinto da uno speciale scintillio negli occhi e da un sorriso magnetico, Amore era giunto senza valigia.

Gratitudine era una donna anziana, diciamo di età compresa tra i 75 e gli 80 anni. Non bella, non brutta, semplice nel suo aspetto e con uno chignon curato e appuntato alla nuca, un giro e rigiro di capelli bianchi, belli, definiti, composti. Le mani di Gratitudine erano il tratto distintivo, sempre aperte per tendere un aiuto, per dare, per accarezzare, per scaldare. Ed erano le mani più belle che si fossero mai viste, a dispetto dell’età erano lisce, vellutate e davano la sensazione di eleganza e forza. Arrivò all’hotel con ottanta bauli di roba.

Libertà era una giovane donna, ma era anche un uomo, più precisamente un essere che aveva riunito in sé le prerogative migliori dei due sessi liberandosi totalmente dagli stereotipi di genere, riuscendo a essere se stessa oltre ogni cliché ed etichetta. Inutile tentare di descrivere l’allegria e la bellezza che emanava. Sarebbe più semplice averci a che fare in prima persona, per non sminuire, nel tentativo di darne conto, quanto tanto significhi essere libertà. Giunse all’hotel con un piccolo sacchetto in pizzo, rivestito di raso color champagne.

Amore, Gratitudine e Libertà arrivarono lo stesso giorno, ma a distanza di due ore l’uno dalle altre.

Il primo fu Amore.

Il portinaio lo accolse con tutte le gentilezze di rito, sentendo allo stesso tempo uno strano disagio, come se gli si fosse riaperta quella vecchia ferita che aveva cercato di curare per anni nell’unico modo che conosceva: tenere tutto in ordine e lucente per dare sempre una bella impressione. Aveva usato due prodotti molto disponibili all’ingrosso presso il quale si riforniva: Topdoge Xenofobo. A parte il fatto che i nomi erano accattivanti, la resa per il servizio di lucidatura ed eliminazione dello sporco era massima. Topdog era uno spray col quale preparava le superfici, poi passava a Xenofobo per fare una pulizia ben più approfondita, e infine ancora una passata di Topdog per verificare il lavoro fatto, perché questo prodotto aveva il pregio di mettere in evidenza eventuali sbavature, sbadataggini o quella poca cura che spesso si riserva agli angolini nascosti.

L’arrivo di Amore, anche se non se ne rese conto da subito, gli aveva generato il summenzionato fastidio.

Lo fece accomodare nella sua stanza, scusandosi per il fatto che ci fosse della polvere sui mobili, e promettendo che avrebbe provveduto subito alla pulizia. Ma il portinaio non lo fece. Riusciva a fare promesse, raramente a mantenerle. E non accettando di dover delegare a terzi certe faccende, seguitava a non informare il direttore dell’hotel della necessità di assumere del personale. Avrebbe potuto almeno interessalo per un colloquio con quei personaggi tuttofare, il jolly dell’albergo. Ne valeva la pena anche solo per un ospite.

Amore si sistemò nella stanza numero 101, la uno del primo piano. Senza scomporsi congedò il portinaio e si mise comodo sul letto a riposare, perché aveva viaggiato a lungo e aveva incontrato centinaia di persone che, nonostante la sua indiscutibile bellezza e l’affascinante magnetismo, lo avevano allontanato, come se a un tratto si fossero sentite spaventate da lui. Così Amore si sentiva stanco, e anche stufo, ma aveva imparato a mantenere un contegno sul suo disappunto. Amore aveva una delle qualità più bistrattate nella società contemporanea: il pudore, quel promemoria interno che ti suggerisce di non fare una cosa di cui un domani potresti vergognarti. Potrebbe sembrare ovvio, tuttavia proprio ciò che ci si para davanti in maniera lampante è lo sgambetto sul quale inciampiamo. 

L’arrivo di Gratitudine generò il massimo trambusto. Dove mettere 80 bauli? Ma lei sembrava non curarsi del corredo di doni con i quali era abituata ad andare in giro. Sebbene non fosse la quantità il vero problema, ma la qualità. Erano tutti doni del massimo valore, e lei seguitava a trascinarseli appresso perché sembrava che le persone che incontrava non fossero mai capaci di prendere e semplicemente dire grazie. Una cosa semplice diventava un problema speciale, nei confronti del quale fare valutazioni, supposizioni e infine lasciarli lì, come la volpe fa con l’uva.

Libertà fu l’arrivo più apprezzato, ma così sfuggente. Il portinaio prese a sbavarle appresso da subito, ma lei svolazzava col suo cuoremagnetico nella hall dell’hotel senza nemmeno degnarlo di uno sguardo. Era inafferrabile.

Quando sembrava che tutto si fosse messo di nuovo in ordine, gli ospiti nella stanza 101, 202 e 303, arrivò lei, Maturità.

Il portinaio la odiò dal primo istante, così bella, a tratti ieratica ma allo stesso tempo calorosa, morbida. Sapeva tutto, poteva tutto, mai un gesto o una parola fuori posto. Era così diverso il suo modo di essere che il portinaio tanto vi anelava quanto lo allontanava.

“Io”, disse Maturità, “sono qui per te, perché tu manchi di parti fondamentali. Appari ciò che non sei, non sei ciò che vuoi far credere. Decidi se continuare ad opporti o avere fiducia”.

Il portinaio era costernato, ci sarebbe voluta una dose massiccia di resilienza per assorbire questo duro colpo da parte della vita, perché lui che era sopravvissuto fino a qui con sottili strategie di fascinazione e illusorie qualità, doveva decidere se attivare il suo sistema wi-fi e connettersi davvero al susseguirsi del flusso vitale, o se fare come molti, zitti e codardi.

Andò in foresteria, accese la stufa a kerosene, si sedette per terra, incrociò le gambe, chiuse gli occhi e respirò. Un istante dopo Maturità, che era pervicace nel proporsi, entrò nella stanza: “bene, iniziamo da qui, dallo yoga, per riunire ciò che di te è sparso, per mettere insieme tutto”.

(Foto di Markus Winkler)

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Commenti 2

  1. Giuseppe says:
    5 anni ago

    Bellissimo. Fa desiderare una continuazione.

    Rispondi
  2. Rossella says:
    5 anni ago

    Potevi dire che è a puntate, però. La prima prende e … poi lascia sospesi. Attendiamo il resto. Interessante. Grazie Valeria

    .

    Rispondi

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