Sebbene oggi certe arti, considerate ingiustamente minori come quella del ricamo o la sartoria, siano tornate di moda anche tra le persone più giovani, non riesco a non collegare il filo, quello da cucito, a mia nonna. Non che fosse una grandissima sarta, mentre era magistrale nel lavoro a maglia, ma sapeva cucire molto bene, sapeva rammendare soprattutto. E questa cosa del rammendare mi faceva sentire che anche l’indumento più strapazzato, il calzino senza speranza da quanto era bucato e il gomito della maglietta oramai tutto forato, che sembrava avessero le ore contate verso la destinazione inesorabile della pattumiera, in realtà erano solo in lista d’attesa per una nuova opportunità.
Nonna prendeva il filo, l’ago, infilava l’immancabile ditale nel dito medio, e iniziava a ricostruire. In effetti rammendare è l’arte della ricostruzione. E ciò che per lo più accompagnava questo gesto così antico e rispettabile, era il profumo che girava intorno: una volta era il brodo di carne, ma “ci devi mettere anche qualche verdura, mi raccomando”, il ragù, un soffritto, le lasagne o le sue inimitabili melanzane alla parmigiana.
Nonna riparava tutto, le cose con i buchi e le pance con la fame.
Era come una magia, prima la rovina, poi la rinascita.
Quando la sua vista iniziò a fare le bizze, mi chiedeva di aiutarla a infilare il filo nella cruna dell’ago, e io ero tutta orgogliosa di vederci così bene, di essere d’aiuto, di aver partecipato a quella attività. Ogni tanto mi chiedeva anche di prendere una spagnoletta di un certo colore, di tirare un po’ di filo, tagliarlo e passarglielo, che quello che stava usando era quasi finito.
Io non ho mai imparato a cucire, riesco a malapena a riattaccare un bottone e pure senza troppa eleganza, mentre nonna ti riconsegnava l’indumento aggiustato come se fosse nuovo. Però negli anni, osservando l’amore e la dedizione che certe persone mettono nel ridare vita alle cose, ho imparato ad aggiustarmi.
Quando guardo un filo per il cucito mi si spalanca un mondo e mi si attiva il ricordo molto più ancestrale di questo di nonna, che mi rammenta (che non è poi così dissonante rispetto a rammenda), che con gli strumenti giusti, la pazienza, lo sguardo fino, i gesti esperti e tanto amore, ci possiamo aggiustare.
Quando nel nostro animo si creano dei buchi, perché il dolore ne divora alcune parti, lacera il tessuto della nostra interiorità e strama la solidità della nostra struttura interna, dobbiamo ricordare che un filo, un ago e mani che ricuciono, sono sempre alla nostra portata.
Il filo rappresenta la nostra storia, quella linea lungo la quale i fatti si susseguono e talvolta sovrappongono.
L’ago rappresenta il dolore.
Le mani che ricuciono sono amore e volontà assieme.
La mano della volontà passa l’ago e il filo attraverso il tessuto che dobbiamo rammendare.
La mano dell’amore lo tiene, lo adatta, lo tende quando è necessario e lo lascia morbido quando è meglio fare così.
Ma è il dolore stesso, quello che ha strappato e bucato, che diventando acuto come la puntura di un ago, si costituisce come strumento stesso, sebbene non unico, per la guarigione. È oramai acclarato che nell’esatto punto in cui vi sia un limite, vi sia anche la risorsa.
Quando ci sentiamo bucati, quando ci ammaliamo e perdiamo parti di noi, possiamo ricostruire la nostra storia. Molte saranno le sorprese, a volte potrà essere necessario persino usare un filo di un altro colore, altre rimuovere tutto il filo vecchio e sostituirlo completamente, altre volte potrebbe darsi che il nostro filo non basti. Possiamo farcelo prestare, uscire a comprarne altro, riutilizzare del filo già usato. Quindi farci ispirare dalla storia di qualcun altro, averne una tutta nuova o riprendere quella che ci va bene e che conosciamo.
Abbiamo molte possibilità e la riuscita del rammendo dipenderà da quanta volontà e amore metteremo nel nostro percorso di rinascita.
Io so che ci vuole tempo. Un buco non lo aggiusti in un attimo. Ma ci sarà sempre un aroma buono attorno.
(Foto di amirali mirhashemian)









