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Alfabeto interno. A come amore

Di Valeria Martini
23/07/2020
in alfabeto interno, Arte, Cultura, Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti

A come Amore

Per il primo articolo di questa rubrica mi corre l’obbligo interno di iniziare con ciò con cui ogni cosa dovrebbe essere iniziata, condotta e conclusa. Non vi è nulla che possa essere portato alla sua massima espressione ed espansione senza l’energia dell’amore che tutto permea, anche quando la sua controparte più banalmente evidente, l’odio, produca e governi in maniera copiosa realtà enormi, funzionanti, disamanti e distruttive.

La maggiore banalità di tutti i tempi è l’amore, talmente dato per scontato, immaginato come per lo più alla nostra portata, e vilipeso da un gran discuterne e scriverne, che alla fine dei giochi siamo certi di aver capito cosa sia, come ottenerlo nella vita, quando darlo e in che modo ci piace riceverlo. Lo abbiamo reificato, come se fosse un oggetto tangibile, e secolarizzato, privandolo della sua dimensione sacra e spirituale, e lo abbiamo rivolto ad oggetti e persone come se fossero la stessa cosa.

Sono felice di affermare di non averci capito nulla, e che in fondo hanno più o meno tutti ragione, sia quelli che non ci credono all’amore che quelli che ci credono.

Hanno ragione i poeti, i filosofi, i cantanti, i preti, ha ragione la mamma in tensione quando il figlio rincasa dopo l’orario stabilito, i nonni di manica larga, la punizione della maestra a scuola, ha ragione anche quello che ha detto ti lascio perché ti amo. Aveva ragione Gesù con il suo imperativo consiglio di amare il prossimo tuo come te stesso.

Solo che non ha a che vedere con la ragione questo benedetto amore.

A me sembra che sia oltre la comprensione razionale e che aleggi continuamente sopra le nostre teste cercando una fessura in noi, ovunque ma tranne che nella mente razionale.

E forse sarà per questo che iniziamo ad amare quando ci rompiamo, a volte anche poco, quando una sola crepa sposta l’equilibrio della nostra struttura di difesa dal mondo verso una nuova dinamicità in cui, proprio da quella fessura, può iniziare l’infiltrazione dell’amore.

Ci sono persone migliori quando soffrono, che grazie alle spaccature nella loro corazza difensiva, come un esoscheletro che mantiene in piedi la fragilità della polpa viva del sé interno, si mostrano più disponibili, più vere.

Direte voi che il troppo soffrire non fa che portarci a maggiori difese, soprattutto la sofferenza d’amore. È vero, difese che diventano muraglie ogni volta che cementiamo la crepa senza provare a guardarci attraverso, senza permettere a quello spazio di lasciar andare, di lasciar entrare o di ospitare un fiore. Sì, avete presente quel fiore che cresce nonostante l’asfalto? Quello che ha trovato spazio in un centimetro di cedimento? Cresce lì in ragione di una possibilità e non importa il perché. Il perché è razionale, il potere è amore.

E poi, non è forse tutto sofferenza d’amore?

Soffriamo perché amiamo cose e persone e abbiamo paura di perderle. Persone che non possiamo perdere giacché mai sono state di nostra proprietà. Cose che perderemo comunque a fine vita, ma soffriamo solo quando con esse ci siamo indentificati dimenticando chi siamo davvero, fiamme eterne di coscienza alimentate dal sacro fuoco dell’amore.

Io non lo so cosa sia l’amore e non lo voglio sapere, se ci dovessimo accorgere che ho iniziato a definirlo vi prego di farmelo immediatamente notare.

Se ne può dare conto, questo sì, e il modo che ho trovato si avvicina a come vengono definiti gli enti geometrici, di cui non si dà definizione ma vengono assunti come intuitivi. Questi sono il punto, la retta e il piano.

Secondo me l’amore è come il punto di cui si può parlare se ti appoggi ad altro. Il punto è dato dall’intersezione di due rette.

Forse l’amore è dato dall’intersezione di due esseri e, come le rette che sono infinite, gli esseri nella loro finitezza esprimono l’infinito quando riescono a intersecarsi senza direzione e verso, solo per dare origine a un punto, traguardo e origine esso stesso.

Forse l’amore è questo, qualcosa di cui non si può parlare se non per il tramite di ciò che esso stesso genera.

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Commenti 1

  1. Daria says:
    6 anni ago

    Un detto orientale sostiene, che non si può perdere ciò non ci appartiene e l’esistenza ci offre la possibilità di stare dove si ha l’opportunità migliore, per noi , di evolvere. Se questo è amore non saprei, le parole a volte non sono in grado di definire e comprendere, ed effettivamente è una parola abusata così tanto da averla svuotata di qualsiasi significato , un po’ come l’essere compassionevoli , altruisti o quando si parla di solidarietà e poi si ha il vicino di casa , magari con bambini , con problemi economici e si fa finta di nulla . Ecco credo che l’unico modo a mio avviso per vivere una vita degna d’essere vissuta è di essere veri , senza maschere o quinte , veri nel bene e nel male. Quando questo succede beh, allora i miracoli si compiono come , appunto , un fiore nel deserto. La Natura non si interroga vive segue un mandato inesorabile e potente e sorge ovunque ci sia una benché minima possibilità.

    Grazie è stata una bellissima occasione di riflessione

    Rispondi

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