Ha iniziato quasi per gioco, con una videocamera nella sua stanza davanti a poche decine di spettatori su Youtube. Oggi, con oltre 680 mila follower, Alessandro Masala, cagliaritano di 36 anni, è uno dei comunicatori più seguiti e amati in Italia. Il suo programma Breaking Italy ha una formula in apparenza facilissima: raccontare l’attualità con un linguaggio semplice usando i social network. In realtà chi si occupa di informazione da professionista sa che non è impresa da poco: costruire una rete di sostenitori, mantenere alta la qualità, essere costantemente aggiornati e magari usare toni pacati e un po’ di ironia è un lavoro serissimo che richiede energia e fatica. Alessandro c’è riuscito: da quella prima puntata di Breaking Italy andata on line l’8 agosto 2011 a oggi ha conquistato un pubblico numerosissimo e attento che lo supporta, anche economicamente. I suoi video, venti – trenta minuti registrati in onda ogni giorno da lunedì a venerdì per tutto l’anno (tranne una pausa estiva), sono stati visualizzati oltre 154 milioni di volte; se agli esordi Masala lavorava da solo oggi ha una squadra di collaboratori e può contare su pubblicità e risorse.
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Un risultato niente male, in un momento in cui i grandi gruppi editoriali faticano a vendere giornali in edicola. Tra gli obiettivi di Alessandro Masala, che si porta dietro il nickname di “Shy” dai tempi dei giochi di ruolo, c’è quello di fare informazione proponendo ai suoi spettatori tantissime domande: non solo una trasmissione di notizie, ma soprattutto un approccio critico alle cose. Con domande appunto, dubbi, riflessioni.
Nei video di Breaking Italy c’è tanta politica interna ma anche internazionale, ultimamente soprattutto americana, visto il momento delle elezioni che hanno visto il repubblicano Donald Trump sfidare il democratico Joe Biden, come nel video di seguito.
Ma si è parlato moltissimo, com’è ovvio, di pandemia, con approfondimenti sui decreti del Governo e i dati sulla diffusione del coronavirus in Italia e nel mondo. Spazio anche alle notizie in apparenza minori e a casi di cronaca nazionali e mondiali, e moltissime riflessioni su comunicazione e fake news.
Un successo che fa sorgere un dubbio: quanta necessità c’è di informazione chiara e di ragionamento critico? Forse l’informazione giornalistica oggi non fa abbastanza il suo dovere? “Io non sono un giornalista – ci ha risposto Alessandro Masala – ne apprezzo il lavoro nella filiera dell’informazione e occupando una posizione un po’ diversa mi tengo ben lontano dal voler spiegare agli altri come fare il loro lavoro, o se facciano o no ‘abbastanza’. Credo la questione stia attorno al significato che vogliamo dare a quell’abbastanza. Premesso che un giornale, un telegiornale, un talk show e qualsiasi altro mezzo di informazione (compreso quello che faccio io) sono prodotti, e come tali vanno venduti seguendo le regole dei loro mercati di riferimento, credo il punto centrale sia se e quanto quello stesso prodotto commerciale sia anche investito da un valore di servizio pubblico, e di una conseguente responsabilità etica e civica che si estende all’operatore dell’informazione. Non abbiamo ad esempio dubbi che un docente di un liceo abbia questo tipo di responsabilità: dovrebbe abituare i propri studenti al confronto, a pensare da soli, stimolarne la curiosità. Si tratta di un processo difficile, non tutti ce la fanno, ma chi lo fa è ‘una brava prof, o un bravo prof’. C’è quel tipo di riconoscimento. Per l’operatore dell’informazione, e per le piattaforme su cui opera come ad esempio un giornale, è invece diverso: è bravo il giornalista che sostanzialmente ti dice quello che vuoi sentirti dire. Chi ha lo stesso approccio, quello appunto dedito allo spirito critico, che è in grado di essere contento quando chi ti ascolta e legge arriva a conclusioni completamente diverse dalle tue, è in genere bollato come cerchiobottista. Quindi in definitiva sì, credo il problema sia nella disabitudine al ragionamento critico. Accendi una videocamera, mettiti a gridare contro un partito cose anche false, tendenziose ed insensate, e se hai abbastanza carisma sono convinto sia possibile ottenere quattro volte il mio seguito”.

Impensabile, nel 2020, non pensare all’informazione attorno al Covid-19: in questi mesi abbiamo assistito a una produzione e diffusione sterminata di notizie, purtroppo spesso false. La pandemia e l’infodemia hanno avuto conseguenze concrete sull’informazione italiana e sul modo degli italiani e dei sardi di informarsi? “Non credo. C’è stato un momento nel quale l’ho pensato, probabilmente ancora in estate ne ero convinto, faceva parte del discorso dell’uscirne migliori. Durante le prime fasi della pandemia, soprattutto tra febbraio e aprile, c’è stato un grande e comprensibile desiderio di chiarezza, di capire, di orientarsi. Tutti eravamo spaventati, tutti desideravamo comprendere al di là del rumore che ovviamente si è generato. Attualmente siamo però tornati in un clima di totale desolazione. Il Covid è diventato una faccenda politica e le persone si sono divise in scettici e preoccupati, pro-scienza e no-mask, quelli che vogliono tutto chiuso che se no i morti salgono, e quelli che vogliono tutto aperto che se no l’economia collassa. Non ci sarebbe niente di male, se soltanto non fosse che di nuovo ognuno va cercando le persone che gli diranno quello che vuole sentirsi dire, e abbiamo assistito addirittura all’emersione di esperti con opinioni polarizzatissime, per cui alla fine ognuno ha i suoi esperti di riferimento, e ognuno di questi esperti dice cose diverse”.
Neanche qui, dunque, ne siamo usciti migliori? “L’informazione si è dimostrata afflitta dalle sue solite dinamiche: c’è ovviamente chi fa un lavoro più attento, chi invece segue altri tipi di dinamiche e da queste dinamiche viene premiato. Dipende sempre da cosa, dal punto di vista di chi ha la penna in mano, sia da considerarsi più importante. Non essendoci consenso su quello, nemmeno tra i professionisti, è difficile poi tracciare delle linee sulla sabbia per dividere i cosiddetti buoni dai cosiddetti cattivi”.










