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Al festival del cinema documentario di Tunisi l’anteprima di ‘Transumanze’. Andrea Mura racconta i pastori sardi in Toscana

Di Maurizio Pretta
12/06/2021
in Ambiente, Arte, Cinema, Comunicazione e società, Cultura
Tempo di lettura: 5 minuti
Al festival del cinema documentario di Tunisi l’anteprima di ‘Transumanze’. Andrea Mura racconta i pastori sardi in Toscana

Il DocuMed – Festival del cinema documentario mediterraneo in Tunisia – viene organizzato annualmente dall’Associazione del cinema documentario tunisino. Durante la kermesse, che si svolge nella capitale dal 6 al 13 giugno, vengono proiettati i lavori provenienti dai paesi del Mediterraneo. Lo scopo principale è quello di promuovere l’influenza e la diffusione dei film documentari cercando di alimentare gli scambi tra professionisti, creatori e pubblico in uno spirito di apertura alla diversità antropologica, culturale e sociale. Un’occasione ghiotta per il regista Andrea Mura e per Nicola Contini, coautore del soggetto, che con ‘Transumanze’ raccontano, in prima assoluta, la vicenda storica e sociale degli allevatori sardi che dalla fine degli anni Cinquanta lasciarono l’isola per raggiungere un luogo dove il cielo, la terra e le genti sembravano meno ostili ed essere pastori non suonava più come una condanna.

La locandina del documentario

‘Transumanze’, prodotto dallo stesso Andrea Mura, associato alla Ginko Film e con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission, Società Umanitaria-Cineteca Sarda e il Circolo dei sardi Peppino Mereu di Siena è frutto di tre anni di lavoro e indaga sui motivi che hanno spinto verso le campagne della provincia di Siena intere famiglie di allevatori provenienti da Austis, Busachi, Galtellì, Illorai, Orune e Paulilatino.

Questo microcosmo di un fenomeno economico e sociale di ben più vasta portata e ancora poco conosciuto, fa luce sul ruolo importantissimo che hanno avuto migliaia di pastori sardi che con quasi 700 aziende e circa 700000 capi ovini, già nella Toscana del 1981, coprivano un giro d’affari di circa venti miliardi delle vecchie lire. Un quarto del prodotto lordo del settore.

Non solo. Gli allevatori isolani, sostituendo i mezzadri che avevano precipitosamente abbandonato le terre nel secondo dopoguerra, recuperarono e rivitalizzarono le campagne, ricostruendo e modernizzando casolari e tenute, assumendo così un nuovo e importante ruolo nell’economia regionale.

Andrea Mura con il suo documentario e attraverso le testimonianze dei protagonisti racconta l’evoluzione di questa vicenda storica che percorre oramai tre generazioni di “audaci avventurieri” che fra mille difficoltà, nella campagna senese, hanno trovato la “terra promessa” e la dimensione a loro più idonea, senza tuttavia perdere le radici e senza tagliare il cordone ombelicale che li unisce ancora alla terra natia.

Oggi, a distanza di tanti lustri, le mungitrici automatiche e i capannoni industriali convivono con il territorio, i cinghiali e i lupi che talvolta decimano le greggi. “Innoche si faeddanta tres limbas” afferma un pastore che prima della Toscana aveva cercato fortuna in Australia, “qui si parlano tre lingue”, “il sardo, l’italiano e l’inglese”. Qui si canta a tenore durante gli spuntini, qui si gioca alla morra. “Non si perde la tradizione, anzi in alcuni casi si rafforza, come si fosse cristallizzata” spiega Mura. Si lavora insieme in una vita comune, con uomini, pecore e terra, dedicando una cura particolare ai luoghi e ai loro silenzi, rotti soltanto dalla voce degli animali.

Il passato si fonde alla perfezione con il presente attraverso le immagini prese in prestito dagli archivi dei filmati di famiglia della Società Umanitaria-Cineteca sarda, dell’associazione livornese 8Mmezzo e dell’Associazione cagliaritana Paesaggi di famiglia che si sommano a quelle dell’archivio dell’Università di Siena e agli spezzoni di ‘L’ultimo pugno di terra’ di Fiorenzo Serra”.

Il racconto evoca anche i tempi difficili delle polemiche dal sapore razzista generate sulla scia del triste fenomeno dei sequestri di persona degli anni Settanta e Ottanta, alimentate da una vergognosa campagna stampa. Risale a quell’epoca, la comparsa della scritta sul muro di un casolare che recitava : “Sardi tornate nel Sardistan”.

Sulla totalità dei sardi presenti nel sud della provincia di Siena gravava la terribile accusa di aver trapiantato nel cuore della Toscana una colonia socialmente e culturalmente indipendente. Una moltitudine estranea alle leggi, che si regolava attraverso codici comunitari arcaici che sulle basi di vincoli di parentela o di comune origine di provenienza, forniva protezione a latitanti e sequestratori ricercati da “sa giustissia”.

Le generalizzazioni, per fortuna, col tempo sono scomparse. Oggi i problemi sono altri. Da quello annoso del prezzo del latte, alla mancanza di manodopera, fino alla lotta quotidiana per restare competitivi e ai costi eccessivi. Nuove sfide fra i lupi, reali e metaforici: “Spesso abbiamo la sensazione di alzarci la mattina per produrre debiti” dicono gli allevatori all’unisono.

“Tornare in Sardegna?” E’ la domanda di rito. Scontata la risposta: “Sarebbe bellissimo, ma non è pensabile”. Questione di soldi? No, questione di spazio vitale. Sotto i cieli della Toscana, da Pienza a Cotignano e Figline Valdarno, sino a Torrita e all’Asciano tanto caro ad Andrea Degortes “Aceto” – gloria e vanto sardo del Palio più famoso del mondo – la “transumanza stabile” delle allevatrici e degli allevatori della Sardegna oltre Tirreno resiste e continua. Pronta ad affrontare le sfide che i tempi inesorabilmente impongono.

Ad Andrea Mura va riconosciuto il lodevole sforzo di essere riuscito, in meno di un’ora, a raccontare concretamente e in modo genuino questa epopea dolorosa, romantica ed evocativa, che merita di essere condivisa col mondo, così come lo spirito del festival tunisino propone e dove sarà proiettato pubblicamente per la prima volta in assoluto. Buona fortuna.

https://www.youtube.com/watch?v=hpk7sQiRAzk&t=114s

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