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Il Vietnam dimenticato. Quando i soldati sardi della Legione Straniera morirono al servizio del colonialismo francese

Di Maurizio Pretta
22/03/2025
in Cultura, Storia
Tempo di lettura: 6 minuti
Il Vietnam dimenticato. Quando i soldati sardi della Legione Straniera morirono al servizio del colonialismo francese

“I dannati della terra”, così lo storico Gianni Oliva ha definito i volontari che si arruolarono nella Légion étrangère, il corpo militare francese formato quasi esclusivamente da stranieri, creato da Luigi Filippo I di Francia nel 1831. Nel secondo dopoguerra a ingrossare le sue fila accorsero migliaia di giovani italiani e fra questi diversi sardi, che scelsero di indossare il Képi blanc. Non siamo ancora in grado di stabilire quanti isolani abbiano servito la Repubblica Francese, ci sono prevenuti soltanto i nomi di quelli che perirono fra il 1946 e il 1954 nella Guerra d’Indocina contro i Việt Minh, la lega d’indipendenza vietnamita guidata da Hồ Chí Minh, ma anche la storia a lieto fine di uno di loro, Gavino Annis da Guasila, che in seguito alla sua diserzione ebbe salva la vita.

Due legionari impegnati nel primo conflitto indocinese

La Legione Straniera francese è un corpo d’elite che nel mondo militare gode di un’aurea quasi leggendaria. Sono moltissimi gli italiani che in quasi duecento anni di storia si sono arruolati volontariamente sotto le insegne de “le drapeau blue, blanc e rouge”; le stime parlano di circa sessantamila uomini che a partire dalla conquista transalpina dell’Algeria, allora sotto l’Impero Ottomano, combatterono in diversi teatri di guerra, dalle battaglie risorgimentali di Magenta, Solferino, San Martino e Montebello sino alla Crimea nel 1855, al Messico del 1863 e alla Prima guerra mondiale. Proprio nella fase iniziale de conflitto 1914-1918 si assistette a un massiccio arruolamento di italiani, quasi tutti confluiti nel Legione Garibaldina del 4e régiment de marche du 1er étranger, comandata da Peppino Garibaldi, figlio di Ricciotti e nipote de “l’eroe dei due mondi”. Durante il Secondo conflitto mondiale venne schierata fra le “Forze della Francia Libera”, comandate dal generale Charles De Gaulle combattendo in Norvegia, Africa, Italia e infine in Germania.

Non passò molto tempo dalla fine della guerra che nel 1946 i francesi si trovarono di fronte al processo di decolonizzazione della penisola indocinese guidato dal Fronte per l’indipendenza del Vietnam, organizzazione paramilitare espressione del Partito Comunista Vietnamita guidato da Nguyen Ai Quoc, che presto sarebbe passato alla storia con il nome di Hồ Chí Minh. I francesi, dopo tanti anni di guerra, erano ben poco predisposti a riprendere le armi, per di più a migliaia di chilometri da casa, così il governo per risparmiare ulteriori lutti ai suoi cittadini, delegò le operazioni belliche alle truppe coloniali e diede il via a una campagna di arruolamento nella Legione Straniera senza precedenti.

Vi aderirono molti italiani, prigionieri e reduci dalla guerra, dalle formazioni partigiane e dalla repubblica di Salò e molti tedeschi e austriaci prelevati giocoforza direttamente dai ranghi della Wehrmacht. A questi si aggiungevano minatori, operai e contadini che in base all’accordo bilaterale fra Italia e Francia avevano trovato occupazione in terra transalpina, emigrati clandestini che una volta catturati dalla gendarmerie venivano posti davanti alla scelta fra l’arruolamento e il rimpatrio e altri ancora che venivano arruolati direttamente da emissari pagati a provvigione dal governo parigino.

A migliaia, dietro la promessa di cinquecento franchi di paga e della cittadinanza francese dopo cinque anni di servizio, si presentarono al centro di reclutamento Marsiglia dove una volta superate le visite venivano sottoposti a una prima fase di duro addestramento. Il secondo passo era quello di Sidi – Bel Abbes in Algeria, dove le esercitazioni erano al limite del disumano, talmente severe da far scrivere al missionario tedesco Gereon Goldman che a paragone “quelli delle SS tedesche erano giochi da ragazzi”.

Un legionario durante le operazioni in Indocina

Cominciava così la tragica epopea di quelli che il giornalista Luca Fregona, quasi a sottolinearne il mesto destino, ha chiamato “soldati di sventura” che dopo tre settimane di viaggio in mare, passando da Suez, stipati nelle stive come bestie per evitare evasioni e ammutinamenti, raggiungevano Saigon. Fra il 1946 e il 1954, in quella lenta agonia che avrebbe messo fine al colonialismo francese in estremo oriente con la battaglia di Dien Bien Phu, fra battaglie campali, prigionia e ospedali da campo, morirono centinaia di legionari italiani. Fra questi siamo riusciti a rintracciare 14 giovani sardi che non tornarono più a casa: Emanuele Foddis, paracadutista classe 1928 da Samugheo; Giovanni Maria Uleri da Ploaghe, soldato nato nel 1919; Giuseppe Pischedda da Cuglieri, paracadutista nato nel 1923; Michele Vacca da Ovodda, soldato nato nel 1923; Luigi Vacca da Genuri, soldato classe 1928; Pietro Puggioni da Cheremule fante del 1919; Giovanni Efisio Paderi da Palmas Arborea, soldato nato nel 1927; Antonio Pitzus da Pimentel, militare nato nel 1916; Efisio Porcu, soldato sassarese del 1926; Gino Raimondo Nazzaro Zedda, cagliaritano classe 1921; Francesco Giuseppe Dessì, soldato di prima classe nato nel 1916 a Ula Tirso; Vincenzo Deidda da Samatzai fante del 1929; Gino Carai da Torpè, nato nel 1928 e Michele Bazzu da Bortigiadas, soldato del 1929.

Di molti altri non si hanno notizie. Alcuni disertarono, spesso venivano fatti prigionieri, rieducati al socialismo nei campi di concentramento, messi a lavorare e talvolta arruolati nell’esercito di liberazione vietnamita e mandati a combattere contro gli ex compagni d’arme e contro le truppe coloniali francesi. In tempi recenti siamo venuti a conoscenza della vicenda di uno di questi ragazzi sardi che ebbe maggior fortuna dei suoi conterranei..

Gavino Annis nacque a Guasila in una famiglia numerosa il 2 febbraio del 1926. Nel 1949, per la mancanza di un’occupazione stabile e ben remunerata, decise di emigrare in Francia e andò a lavorare come minatore a Thiers, nel dipartimento di Puy-de-Dôme. Dopo appena un anno, probabilmente deluso dalle aspettative e stanco del lavoro massacrante nelle gallerie, cedette alle lusinghe dei procacciatori di soldati, si arruolò nella Legione Straniera e nel 1951, dopo le pesanti esercitazioni a Sidi – Bel Abbes, si trovò a combattere contro i guerriglieri vietnamiti. Ben presto la missione indocinese si rivelò per quello che effettivamente era, un girone infernale nel quale si aveva poca possibilità di scampo e nel 1952 decise di disertare, per essere catturato poco dopo dai Việt Minh e rinchiuso in un campo di concentramento dove venne sottoposto al programma di redenzione proletaria. Venne liberato soltanto dopo lunghe trattative avviate dal consolato italiano di Honk Kong. Non era semplicissimo allora rientrare in Italia, molti provavano invano la via della Cina o speravano nell’intercessione del P.C.I, altri ancora si riconsegnavano ai francesi, Gavino invece rimase nelle montagne di Ham- Rong, vicino a Sa Pa, oggi rinomata località turistica del Đông Bắc, nel Vietnam nordorientale e successivamente trovò lavoro in una industri chimica di Thanh Hoa  dove conobbe una giovane ragazza, Thi Vinh Le, che sposò poco tempo dopo. Dal matrimonio sarebbero nati i figli che in un momento di nostalgia patriotica avrebbe chiamato Fedele e Patrio e con i quali, assieme alla moglie, avrebbe fatto ritorno in Sardegna nel giugno 1963, quando Thi Vinh era in attesa della terzogenita.

Una storia a lieto fine quella di Gavino Annis, cominciata come quelle di tanti altri ragazzi per i quali la Legione Straniera non fu la romantica avventura spesso celebrata dal cinema e dalla letteratura, ma l’ennesimo sogno infranto di disperati in fuga dalla fame, da una colpa o dal proprio passato. Questi giovani sardi si trovarono a combattere una guerra infernale senza capirne bene il motivo, pazzi per alcuni, eroi per altri, che alla fin fine si mostrarono per quello che realmente erano, dei poveri ignoranti delle cose del mondo, spinti a fare una scelta così estrema dalla miseria e dall’illusione di una vita migliore. Alcuni di loro, come abbiamo visto, pagarono tale scelta con la vita e con la beffa aggiuntiva della damnatio memoriae, morti per un colonialismo, ormai anacronistico, per il quale neppure i francesi erano più disposti a combattere e dimenticati nella loro terra che ancora non ha fatto i conti con il suo recente passato e sostanzialmente ignora gran parte delle sue reminiscenze storiche.

Il testimone della guerra francese sarebbe ben preso stato raccolto dagli Stati Uniti d’America, con i ragazzi americani mandati a morire nell’Inferno del Vietnam, quello che poi sarebbe stato, questa volta si, ampiamente raccontato dai libri, dal cinema e dalla musica e che avrebbe segnato un’intera generazione.

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