Di quanta terra ha bisogno un uomo? E’ la domanda che dà il titolo a un racconto di Lev Tolstoj scritto nel 1888 ma oggi attualissimo, considerato il momento storico che stiamo vivendo. Dalla vicenda del contadino Pachòm prende spunto “Scarabea – wieviel Erde braucht der Mensch?”, film tedesco girato nel 1968 dal regista Jürgen Syberberg in Sardegna. Si dice che l’autore cercasse paesaggi mediterranei e visitò l’Isola d’Elba, che trovò troppo turistica e antropizzata. Raggiunse allora la Sardegna e trovò qui gli scenari giusti per la sua storia. La Barbagia precisamente, con Orgosolo e Oliena, e poi il Golfo di Orosei con Cala Luna e Cala Sisine non ancora interessate dal boom turistico che arrivò negli anni successivi.
“Scarabea”, interpretato da Walter Buschhoff e Nicoletta Macchiavelli, primo lungometraggio del regista tedesco dopo una serie di documentari, è una strana creatura cinematografica sperimentale come solo in quegli anni venivano girate, un viaggio a metà tra un mondo movie di Gualtiero Jacopetti e un film di Herzog.

Il protagonista di nome Bach (nome non casuale, quasi a rappresentanza di una vecchia e gloriosa cultura germanica fuori contesto rispetto al personaggio), è un affarista tedesco in cerca di terre dove costruire, un avido speculatore, il tipico imprenditore che in visita in una terra straniera non si preoccupa di quello che ha davanti ma procede per la sua strada, mangiando e bevendo in maniera volgare, rapportandosi in modo sguaiato e rumoroso agli abitanti del luogo, guardati ovviamente dall’alto in basso. Arriva sull’isola a bordo della sua decappottabile, fiero di quel che è, sentendo di avere potere solo grazie alla ricchezza materiale che possiede. Incontra una fotografa, una specie di femme fatale dal fascino sinistro e inafferrabile, la insegue sperando in un flirt, ma viene subito messo in ridicolo da lei e dagli abitanti del villaggio che fingono un assalto in stile banditi. In paese accetta una sfida: ogni terra che esplorerà dall’alba al tramonto diventerà sua se farà ritorno al punto di partenza prima del calar del sole; altrimenti lascerà soldi e macchina.
Inizia così il suo viaggio a piedi, in una terra di pietre nude, con scene surreali e psichedeliche, camminate estenuanti riprese con metodi avanguardistici quasi da video arte, che ne aumentano il valore simbolico. Riesce ad arrivare fino al mare, dove lo aspetta la “Scarabea”, la fotografa (Nicoletta Macchiavelli, già famosa in Sardegna per aver girato un paio di anni prima “Giarrettiera Colt” a San Salvatore di Sinis) ma soprattutto, in questa sequenza, una dea apparentemente dispensatrice di piaceri terreni. Dopo aver mangiato a un sontuoso banchetto quasi onirico, preparato in spiaggia, giocano su poltrone gonfiabili pop in pieno design anni Sessanta nelle acque delle due calette, in quegli anni ancora incontaminate prima di essere rese famose dal celebre film di Lina Wertmuller). Durante un giro in barca, Bach sogna grandi resort in quella zona ma si mette anche a nudo umanamente, traspare la sua solitudine e il suo patetismo, la sua disillusione colmata solo da un cieco accumulo che nemmeno lo rende davvero felice.

Mentre Bach sta terminando il suo viaggio e si accinge a fare ritorno, in paese viene organizzata una festa per il suo arrivo, con tanto di troupe cinematografica pronta a riprendere il suo trionfo o la sua sconfitta, con inserti di scene tipiche del filone cinematografico contestatario, quasi grottesche, come se fossero in parte anche una critica alla controcultura, sempre pronta a distruggere tutto il passato con una furia nichilista e annientatrice: la Scarabea spara a una riproduzione dell’uomo Vitruviano, che inizia a sanguinare.
Bach rientra in paese ma prevedibilmente troverà anche la morte ad aspettarlo, una morte quasi esoterica, pregna di magia e di rituali al sapore di latte e con la consistenza della terra, la stessa terra che il conquistatore credeva di sottomettere, incapace di capire che nessun accumulo potrà mai colmare la mancanza di cultura, morale e spiritualità di cui lui ne è un esempio.
Impossibile non notare quanto il tema sia attuale, oggi: di cosa e di quanto ha bisogno l’uomo per sopravvivere? Cosa ci spinge continuamente a conquistare e ad accumulare? La semplice smania di possesso in quest’epoca di pandemia che stiamo vivendo non può essere più lampante: tolti dai nostri confort a cui da sempre siamo abituati dal capitalismo che senza nemmeno accorgercene da anni ci ha inghiottiti nella sua logica di consumo, abbiamo perso le nostre bussole. Ci inerpichiamo tra le rocce aggrappandoci con le mani sanguinanti a quello che avevamo prima che le nostre vite cambiassero, in una eterna lotta tra chi poco ha e tra chi vorrebbe sempre di più avendo già tanto, a costo di sfruttare territori e persone viste solo come una forma di guadagno.
“Scarabea” è un film con molte stratificazioni e molti temi, dipinge una Sardegna misteriosa e ricca di archetipi, unisce sperimentazioni tecniche e immagini quasi documentaristiche di sgozzamenti animali e di preparazione del cibo, un viaggio trascendentale nell’autodistruzione di chi si vuole arricchire alle spalle degli altri ma anche di critica nei confronti di quell’atteggiamento diffuso tra gli abitanti del paese, in molti divisi tra la voglia di svendersi e la voglia di fregare il prossimo.
Insomma, Sybeberg in realtà non risparmia nessuno e la risposta alla domanda iniziale “di quanta terra ha veramente bisogno un uomo?” è semplice: di un paio di metri, quelli necessari, alla fine del viaggio, per la nostra sepoltura.










