Forse i Led Zeppelin non sarebbero neanche nati se John Mayall non avesse colorato di bianco il blues di Chicago nei club londinesi all’alba dei ’60 imbeccato da Alexis Korner. Pur non essendo un virtuoso, diventò subito punto di riferimento per tanti chitarristi, armonicisti, tastieristi. Il leggendario bluesman di Macclesfield, nei pressi di Manchester, si è spento serenamente martedì 23 a 90 anni nella sua casa in California, andandosene così a poche ore dall’avvio di Narcao Blues mercoledì in piazza Europa e che nel 2004 lo abbracciò con i suoi Bluesbreakers, e a 24 dalla partenza a Cagliari al Teatro Massimo di Rocce Rosse Blues dove approdò ad Arbatax nel 1996.
Con i Bluesbreakers, praticamente una masterclass per chiunque voglia avvicinarsi al blues, fece da nave scuola a gente come Eric Clapton, cadetto prediletto al quale perdonò ogni cosa, Peter Green, Mick Taylor, Brian Jones, John McVie, e fu pioniere del British Blues che negli anni Sessanta divenne centro di gravità permanente per legioni di giovani inglesi. Iniziò a suonare boogie-woogie al pianoforte quando aveva 13 anni perché la musica faceva parte del corredo genetico: il padre era un chitarrista jazz ma naturalmente amava anche il blues. Tanto che Mayall fin da bambino crebbe circondato dai suoni di Muddy Waters, Lead Belly, Albert Ammons, Eddie Lang.
Abbandonata la professione di grafico, si trasferì a Londra a trent’anni e di lì a poco fondò i Powerhouse four, che poi divennero Blues syndacate e poi ancora Bluesbreakers dove in principio militavano Bernie Watson alla chitarra, John McVie al basso, fondatore dei Fletwood Mac, Peter Ward alla batteria. Una formazione che conquistò il pubblico e il palco del famoso Marquee Club che permise di arrivare alle prime registrazioni e al primo successo intitolato Crocodile walk.
La carriera della band decollò definitivamente nel 1965 con l’ingresso di Clapton in uscita dagli Yardbirds, che garantì successo commerciale e consacrazione. Successo che Mayall conquistò negli Stati Uniti nel decennio successivo dove si trasferì esercitando un’influenza non da poco sulle carriere di Blue Mitchell, Red Halloway, Larry Taylor e Harver Mandel. Nella sua lunga e gloriosa carriera da infaticabile globetrotter del blues ha inciso più di sessanta album, tra cui vanno ricordati Bluesbreakers with Eric Clapton, Crusade, fotografia del nuovo universo lirico del blues britannico, A hard road, l’energico Diary of the band che raccolse i migliori concerti nei club del ’67, Blues from Laurel Canyon in cui abbracciò complesse sperimentazioni mescolando blues, jazz, improvvisazione, rumorismo e suoni delle tabla, Bare wires che nel ’68 segnò una nuova svolta e l’anno seguente il live The turning point che resterà l’album di maggior successo. L’ultima uscita discografica è del 2022 con The sun is shining down, Il sole splende. Sul ricordo di un grande maestro.
La foto è dall’archivio di Narcao Blues










