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A Milano la grande festa dei Green Day per celebrare ‘Dookie’ e ‘American Idiot’

Di Maurizio Pretta
19/06/2024
in Arte, Comunicazione e società, Musica e spettacolo
Tempo di lettura: 4 minuti
A Milano la grande festa dei Green Day per celebrare ‘Dookie’ e ‘American Idiot’

Chi ha partecipato al concerto dei Green Day dello scorso 16 giugno ha avuto modo di assistere a un evento di portata storica. La band californiana capitanata da Billie Joe Armstrong non solo ha proposto uno show generoso e carico di energia, ma ha stabilito anche il record di spettatori paganti per un suo concerto nel vecchio continente. Un vero e proprio happening intergenerazionale che ha unito il presente di ‘Saviors’, pubblicato lo scorso gennaio, ai due dischi più importanti del passato, ‘Dookie’ e ‘American Idiots‘, che quest’anno festeggiano rispettivamente trenta e vent’anni, più altre perle pescate nella loro ultratrentennale discografia. Siamo stati anche noi all’ippodromo La Maura che ha ospitato il concerto all’interno del festival I-Days Milano 2024, vi raccontiamo come è andata.

Sono le 19 in punto quando i Nothing but Thieves, band britannica alla quale spetta l’onore di aprire le danze, danno il via alla loro performance. Il pubblico gradisce la raffinata esibizione del quintetto alternative di Essex e la bella voce di Conr Mason che si destreggia fra i brani del proprio repertorio come ‘Welcome to the Dcc’, ‘Tomorrow is closed’, ‘I’m Not Made By Design’, ‘Amsterdam’ e l’appassionata cover di un super classico dei Pixies, la celeberrima ‘Where Is My Mind’. Applausi a scena aperta e per molti una piacevole scoperta.

‘Bohemian Rhapsody’ dei Queen, ‘Bltzkrieg Bop’, grido di battaglia tanto caro ai Ramones e il mash up con ‘Beautiful People’ di mansoniana memoria, la marcia imperiale di ‘Star Wars’ e ‘We Will Rock You’ annunciano che l’attesa è finita. Un coniglio rosa lascia il palco ai Green Day accolti dal boato del pubblico che fa presagire che la serata sarà di quelle difficili da dimenticare. Pronti, partenza via e Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool, sul palco assieme a Kevin Preston, chitarra; Jason White, chitarra e Jason Freese alle tastiere, attaccano con ‘The American Dream is Killing Me’, primo singolo dell’ultima fatica discografica.

Giusto il tempo di riprendere fiato e la macchina del tempo riporta tutti all’anno di grazia 1994, quando, assieme a Offspring, Rancid e altri, la band di Berkeley segnò la rinascita del punk rock, non con lo stesso spirito che aveva caratterizzato la musica di Clash, Sex Pistols e Ramones, come ammise candidamente Billie Joe all’epoca: “non si possono vendere milioni di dischi ed essere considerati punk’, ma indubbiamente con la stessa energia. ‘Dookie’ vendette all’epoca quattro milioni di dischi soltanto negli U.S.A, lanciato da ‘Basket Case’ con il video che spopolando su MTV seguiva in qualche modo il percorso avviato qualche anno prima dai Nirvana ai quali spetta il merito, o per alcuni il demerito, di aver sdoganato il rock alternativo portandolo dall’underground al mainstream .

Ed eccolo ‘Dookie’, suonato integralmente sotto il cielo meneghino trent’anni dopo con pezzi come ‘She’, ‘Welcome to Paradise’, ‘When I Come Around’, ‘Burnout’ e ‘Longview’ a farla da padrone, inni generazionali che la platea canta a squarcia gola in piena estasi mentre l’aereo gonfiabile di ‘Coming Clean’ si gode la scena dall’alto.

‘Know Your Enemy’ da ’21st Century Breakdown’; ‘Look Ma, No Brains!’, ‘Dilemma’, ‘One Eyed Bastard’ da ‘Saviors’ e una tiratissima ‘Hitchin’ a Ride’ ripescata da ‘Nimrod’ segnano lo spartiacque fra il 1994 e il 2004 quando i Green Day pubblicarono il disco che dopo annate non del tutto convincenti li portò nuovamente sulla breccia. Anche ‘American Idiot’ viene suonato per intero e sono ancora scariche d’adrenalina e inni generazionali che però rispetto all’irriverente ‘Dookie’ prendono di mira i mali a stelle e strisce, a partire dalle guerre dell’epoca Bush, attraverso un concept album che è passato alla storia.

Scorrono veloci la title track, la suite di ‘Jesus of Suburbia’, ‘Holiday’ e la pluripremiata ballad ‘Boulevard of Broken Dreams’ cantata all’unisono con i quasi ottantamila spettatori che segnano un nuovo record nelle loro esibizioni europee. Quello milanese è stato il concerto con più spettatori paganti ed ha fatto esclamare a un raggiante Billie Joe: “Questa è una bellissima serata. Non è una festa, ma è una celebrazione!“

‘Homecoming’ e ‘Wathsername’ hanno il compito di chiudere la serata di gala. Rispetto alle altre date del tour non trovano spazio ‘Bobby Sox’ e ‘Minority’ ma il tempo è volato, si è fatto tardi e dopo 35 canzoni è arrivato il momento dei saluti con Armstrong e soci che si prendono il meritato calorosissimo abbraccio del pubblico italiano sulle note di ‘Good Riddance (Time of Your Life)’ coi fuochi d’artificio a sigillare una serata da incorniciare e un evento irripetibile. E si, “for what it’s worth, it was worth all the while”, per davvero.

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