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Il metodo segreto di Efisio Marini, la figlia Rosa e il corpo di Giuseppe Verdi

Di Maurizio Pretta
20/01/2024
in Arte, Cultura, Storia
Tempo di lettura: 6 minuti
Il metodo segreto di Efisio Marini, la figlia Rosa e il corpo di Giuseppe Verdi

Fra la morte di Efisio Marini e quella di Giuseppe Verdi non passarono neppure cinque mesi. A Milano, mentre l’illustre musicista stava per esalare l’ultimo respiro, qualcuno cominciò a pensare di conservarne perpetuamente il corpo, ma chi poteva farlo? C’era soltanto una persona alla quale, prima di morire, il medico cagliaritano aveva tramandato i segreti dell’arte della pietrificazione, sua figlia Rosa, che una mattina di fine gennaio del 1901 sentì bussare alla porta della sua abitazione di via Ricciardi a Napoli. Era il dottor Sergio Pansini, libero docente in clinica medica, portava con se un messaggio del senatore Antonio Cardarelli, che aveva estrema urgenza di conferire con lei.

Quando la Scala chiuse i battenti

Milano, gennaio 1901. La città commentava malignamente il clamoroso fiasco dell’ultima fatica operistica di Pietro Mascagni, ‘Le Maschere’, andata in scena alla Scala, in contemporanea con altri sei teatri italiani, la sera del 17. C’era molta attesa da parte del pubblico e anche Giuseppe Verdi aveva mandato un amico ad assistervi con il compito di riportargli le sue impressioni. Nonostante la concertazione di Arturo Toscanini, l’interpretazione di Enrico Caruso, del soprano Emma Carelli e un’esecuzione orchestrale di alto livello, l’opera, come si soleva dire all’epoca “cadde” e come sottolineò il ‘Corriere della Sera’, il pubblico non ne compianse la sorte. Le polemiche e le feroci critiche imperversarono anche nelle giornate successive a ridosso delle repliche fin quando, fra il 21 il 22, non giunse una notizia che mise in apprensione tutta la città: il maestro Giuseppe Verdi aveva avuto un malore, scatenando una pesante gazzarra fra quanti minimizzavano il fatto e coloro che annunciandone l’imminente morte si apprestavano a intonare il de profundis. Nei giorni seguenti la gravità della situazione venne confermata, la Scala chiuse i battenti in segno di rispetto e dolore per il sommo maestro che agonizzante, veniva assistito all’Hotel Milan dal professor Pietro Grocco, suo medico personale, amico e compagno di infinte partite a briscola.

Giuseppe Verdi sul letto di morte.

L’unica custode del segreto

Grocco sapeva perfettamente che Verdi aveva le ore contate e chiese ai familiari e agli amici più stretti del maestro se avessero piacere di conservarne il suo corpo dopo la morte. La risposta fu affermativa ma c’era un problema; colui che avrebbe potuto trattare la salma di Verdi, il campione della pietrificazione anatomica, il dottor Efisio Marini di Cagliari, lo aveva preceduto nella tomba neppure cinque mesi prima. Si convinse tuttavia a chiedere informazioni su chi fosse il depositario del suo segreto scientifico che tanto aveva fatto discutere e se della sua opera “si potessero avvalere gli eredi Verdi per la conservazione del cadavere del Maestro”, e telegrafò a Napoli all’insigne clinico e senatore Antonio Cardarelli.

Il professore era al corrente del fatto che l’unica depositaria del segreto quanto famigerato metodo Marini fosse la sua figlia Rosa. La fece cercare da un suo esimio collaboratore, il dottor Sergio Pansini, che la raggiunse nella sua casa di via Nicola Ricciardi a Posillipo, dove le comunicò che il senatore aveva estrema premura di vederla per chiederle alcune urgenti informazioni e la pregò di recarsi da lui. La Marini, nonostante lo stretto lutto, accettò e lo raggiunse. Il senatore prese il discorso alla larga, dichiarando che gli eredi di un gran signore napoletano chiedevano di sapere se ella fosse in grado, “mercé il processo confidatole dal padre” di conservare bene un cadavere. Alla risposta affermativa, dopo averla congedata, il Cardarelli telegrafò subito a Milano, comunicandolo al collega ma aggiungendo di non aver potuto vedere nessun lavoro della donna per apprezzarne effettivamente il valore.

In effetti alcuni avevano messo in dubbio il fatto che Efisio Marini avesse insegnato i procedimenti alla figlia e sospettavano che, come il mummificatore Gaetano Segato, avesse portato i suoi segreti nella tomba. Il clima del periodo era quello classico della massima leopardiana di chi in vita disprezzava l’operato di qualcuno per poi lodarlo una volta morto, quando lo scienziato cagliaritano veniva pianto a più riprese anche dal mondo accademico della sua città che lo aveva costretto all’esilio napoletano, dove tuttavia non era riuscito ad ottenere la sospirata cattedra universitaria. L’avvocato Luigi Ferrara, amico di Efisio Marini e docente di procedura civile all’Università di Napoli, scrisse in merito: “La signorina Rosa Marini che con resistenza eroica, superiore alla sua fibra di donna, aveva sempre affettuosamente assistito il padre, da qualche anno eseguiva essa sola molte preparazioni, essa è quindi a conoscenza dei vari sistemi di conservazione e continua a praticarli”.

Medaglia commemorativa di Efisio Marini

Tuttavia, anche post mortem, c’era chi metteva in dubbio la validità della scienza e dell’opera del Marini, già in vita “ricompensato col disprezzo e la miseria”. A poco valeva l’aver pietrificato moltissimi corpi, fra i quali quelli di personaggi celebri come il politico Benedetto Cairoli, il compositore austriaco Sigismund Thalberg, lo scrittore Luigi Settembrini e il cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella; e a poco valevano alcuni riconoscimenti del mondo scientifico internazionale.

Una rivendicazione mancata

Visto il dubbio insinuato dal Cardarelli il dottor Grocco ritelegrafò dicendo che gli eredi di Verdi avrebbero desiderato di conservare il cadavere del maestro col processo Marini, sempre che Cardarelli ne avesse garantito il risultato. Il senatore non sapeva che fare e si decise a chiedere consiglio al suo collega di palazzo Madama, il pittore Domenico Morelli. L’interpellato rispose che sì, aveva potuto ammirare i grandi risultati ottenuti dal Marini, senza tuttavia esserne convinto del tutto, in quanto gli era parso che le fisionomie dei cadaveri dopo un poco si alterassero. Cardarelli comunicò nuovamente e riferì a Grocco che rispose a sua volta ringraziando e pregandolo di scusarlo per il disturbo arrecato e della conservazione del cadavere di Verdi non sì parlò mai più.

Il più illustre clinico napoletano dell’epoca non aveva avuto il coraggio di dare il suo assenso alla famiglia Verdi per il parere di un pittore, che per quanto abile nella sua arte, forse non aveva le competenze necessarie per valutare scientificamente il lavoro del Marini che invece aveva trovato il plauso del professor Carlo Gallozzi. La fiducia negata a Rosa Marini per l’esecuzione della conservazione di una spoglia così veneranda fu l’ennesimo schiaffo alla scienza del padre defunto al quale veniva tolta anche questa solenne rivendicazione postuma. L’anno prima era successo un fatto analogo, quando un conoscente dei Marini aveva invitato il dottor Giovanni Quirico, medico personale di Umberto I di Savoia, caduto a Monza sotto il piombo di Gaetano Bresci, a chiamare il professor Efisio per l’imbalsamazione. Non se ne fece nulla in quanto il corpo del re al terzo giorno venne chiuso nella cassa perché cominciava ad andare in decomposizione.

“Troppi disinganni egli aveva provati – scrisse ancora il Ferrara – e la chiaroveggenza che precede la morte ha potuto forse essere per lui di una limpidezza crudele. Quanto a me, io preferisco immaginarmelo rassegnato e sereno, quale pochi gironi prima lo vidi, non sotto l’incubo di una fatalità sopravvivente a lui che aveva fatto sopravvivere i corpi, ma confortato invece dal sorriso di qualche pietosa illusione, senza il sospetto di una postuma indifferenza del mondo ufficiale, con la speranza di un avvenire migliore per la figlia, con la calma stanca di un martire”.

Giuseppe Verdi si spense alle 2 e 50 del 27 gennaio, dopo quasi cinquanta ore d’agonia. La città di Cagliari lo omaggiò con un busto dello scultore Pippo Boero che venne innalzato nei giardini delle ferrovie reali, l’attuale piazza Matteotti. L’anno successivo lo stesso scultore venne incaricato di modellare il bronzo attraverso il quale l’ateneo che non lo aveva voluto si apprestava con una buona dose d’ipocrisia a celebrare Efisio Marini; su quel colle, dove, parafrasando l’Aida, “libere e molli l’aure dolci del suolo natal”, per lui, non olezzarono affatto.

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