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Al confine tra il rap e il mondo. Il monologo di Frankie Hi-Nrg Mc all’Opera Beach Arena di Quartu

Di Maurizio Pretta
01/09/2023
in Libri, Musica e spettacolo
Tempo di lettura: 5 minuti
Al confine tra il rap e il mondo. Il monologo di Frankie Hi-Nrg Mc all’Opera Beach Arena di Quartu

La storia narra che la cultura Hip Hop sia nata l’11 agosto del 1973 al civico 1520 di Sedgwick Avenue nel distretto di Bronx a New York City: fu durante una festa di adolescenti organizzata da Cindy Campbell e animata da suo fratello Clive che da lì a poco sarebbe diventato famoso come DJ Kool Herc. Quando ciò accade Francesco Di Gesù ha appena quattro anni e non può ancora sapere che una ventina d’anni dopo la sua vita sarebbe stata stravolta dai suoni e dai colori di quella cultura che attraverso Afrika Bambaataa, Run Dmc, Public Enemy, Beastie Boys e tanti altri avrebbe catturato l’attenzione dei giovani italiani, fino a diventare uno dei precursori più influenti della scena rap tricolore. Attraverso il monologo estratto dal suo libro ‘Faccio la mia cosa’ – Mondadori 2019 – Frankie Hi-Nrg Mc ha raccontato martedì 29 agosto al pubblico accorso all’Opera Beach Arena del litorale di Quartu Sant’Elena, all’interno del festival La musica che gira intorno organizzato da La via del Collegio, la storia di questo movimento culturale e in parallelo quella della sua vita fino all’uscita di ‘Fight da faida’ il singolo che prepotentemente lo avrebbe portato alla ribalta nel 1992.

“Nella casa la situazione è tesa, confusa” L’incipit è quello della canzone che da il titolo allo spettacolo attraverso la quale Franchie Hi.Nrg Mc comincia la sua narrazione cantando il suo manifesto autonomista che in ‘Verba Manent’, preziosa opera prima di colui che all’epoca Mario Luzzatto Fegiz definì “un Jovanotti dalla faccia acida, scontroso e pessimista” rivendicava la sua indipendenza artistica contro chi lo accusava di essersi venduto a una major.

La musica lascia spazio al potere della parola e il racconto apre i cassetti della memoria; quello collettivo della storia dell’Hip Hop e quello di famiglia sulla sua vicenda personale di figlio unico che dal Piemonte alla Sicilia, da Caserta a Città di Castello, lo ha portato in giro per l’Italia. “Sono nato a Torino il 18 luglio del 1969”. Le immagini e i filmati d’epoca fanno da contorno alla cronaca di quelle giornate, le stesse di quando alcuni astronauti americani compivano “un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità”. Francesco di Gesù attinge a un variegato repertorio d’epoca di foto, filmati, canzoni che dal successivo autunno caldo traghetteranno l’Italia negli anni del piombo e del terrorismo e comincia a guardare dall’altra parte mondo, negli Stati Uniti d’America della Dottrina Nixon, che si leccano le ferite del Vietnam e dove la comunità afro-americana orfana del sogno di Malcolm X e Martin Luther King affida le sue speranze di redenzione ai pugni al cielo di Tommie Smith e John Carlos, e alle Pantere Nere, prima di scoprire che l’alternativa all’emarginazione del ghetto poteva arrivare da due giradischi e un mixer.

Il racconto familiare è piacevole e viene reso avvincente da un’intelligente utilizzo dell’ironia che non travalica mai quello del buon gusto. Quello storico-musicale è più raffinato, a tratti didascalico, quasi fosse rivolto a chi di black music, graffiti e breaking non avesse mai sentito parlare. E allora diventa cinema, fantascienza, horror, quello dei ricordi del set di ‘Profondo Rosso’ che porta dritto al secondo brano in scaletta, ‘Autodafé’ da ‘La Morte dei Miracoli’ del 1997, una delle sue migliori liriche nella versione rivestita dalla musica dei Goblin.

La canzone risulta lo spartiacque ideale fra l’infanzia di Francesco Di Gesù e la sua adolescenza, quando si appassiona di videogames, senza perdere di vista l’evoluzione dell’Hip Hop e del rap che comincia a lasciarsi alle spalle il funky di James Brow, rinnova il sound e il look attraverso il progressivo affacciarsi sulla scena di The Sugar Hill Gang, Grandmaster Flash, Kurtis Blow, George Clinton, Africa Bambaataa, già fondatore della Zulu Nation, Run Dmc, Public Enemy, Rakim, Beastie Boys, De la Soul e tantissimi altri e a diffondersi, anche attraverso il cinema, nel resto del mondo.

In Italia viene inizialmente recepito come un fenomeno esclusivamente musicale attraverso banali, ma talvolta geniali, scimmiottamenti, con party hit come quelle di Pippo Franco e Pino D’Angiò che più tardi cederanno lo scettro a un giovanissimo giovanotto di nome Lorenzo Cherubini che se ne fa paladino dalle frequenze di Dj Television. Ma la cultura Hip Hop è ben altra cosa e trova un differente canale d’ingresso attraverso le culture alternative urbane di Milano, Bologna, Roma e Napoli e nella militanza politica dei movimenti studenteschi dell’epoca, con le esperienze delle Posse di Leoncavallo, Isola nel cantiere, Forte Prenestino e Officina 99. Fra questi due estremi emerge Franchie Hi-Nrg Mc, fulminato, come Saulo sulla via di Damasco, il 30 ottobre del 1988 in quel di Cesena al concerto di Public Enemy e Run Dmc, che in poco tempo cessa di essere un nerd da videogames e diventa il primo outsider della scena rap italiana, che nel frattempo ha cominciato a usare la lingua madre al posto dell’inglese, un cane sciolto dalla penna felice e feroce, che, grazie a un’audace telefonata in radio a Luca De Gennaro, quando mentre andava una base techno si mise a rappare parole “sottili come lamine taglienti come il crimine” trovò la svolta della sua vita.

Il racconto di Frankie si arresta qui, alla fatidica data del primo febbraio 1992 quando esce ‘Fight da faida‘, un bombardamento di rime infuocate disteso su un tappetto sonoro creato con un Atari 1040 ST e un sequencer Notator, al quale viene aggiunto un ossessivo scacciapensieri, che ancora prima delle stragi di Capaci e Via d’Amelio diventa un inno di denuncia contro la Mafia come mai si era sentito prima in Italia.

Così, con il pezzo che ha aperto la sua ultratrentennale carriera artistica e ha influenzato decine di artisti cha sarebbero emersi successivamente, dai Colle der Fomento a Caparezza, fino ad arrivare a Fabri Fibra, Frankie Hi-Nrg saluta la platea dell’ Opera Beach Arena dopo quasi due ore di viaggio nella memoria di un movimento culturale di portata globale e nella personale vicenda di uno dei suoi migliori esponenti italiani che ha trovato la sua strada andando oltre le crew fondamentaliste e le mode del momento, regalandoci almeno tre dischi memorabili che attraverso le loro rime hanno raccontato pagine di vita, fra il rap e il mondo, proprio come ha fatto oggi, in questa bella serata d’estate.

Foto gentilmente concesse da Manuel Putzolu © Mangiodesign 2023

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