Con questa lettera e la sua parola emergente mi sembra di essere tornata alle scuole elementari quando alla I era puntualmente associato l’imbuto.
Più di recente si è visto i come istrice, ma siccome la mia regola è “la prima parola che ti viene in mente associata alla lettera è quella e su quella devi scrivere”, eccomi qui con l’imbuto.
Oggetto utilissimo in tutte le cucine per trasferire un liquido più o meno denso da un contenitore a un altro evitandoci sprechi e macchie ovunque. Funzione positiva.
Nella vita interiore l’imbuto, invece, può essere assimilato a quelle situazioni di ristrettezza nelle quali talvolta ci capita di dover passare. L’imbuto diventa come una specie di budello oscuro e buio, le cui pareti strette ci schiacciano e lo fanno ancor più se si considera lo slancio col quale ci si arriva dato l’invito e la discesa della sua parte a coppa. Sì, noi nelle situazioni difficili ci arriviamo con slancio, con quella forza vitale che sarà la medesima a noi richiesta per uscirne. Se l’ingresso nei problemi è facile, l’uscita non lo è altrettanto. Perché per uscirne dobbiamo attraversare la parte stretta e lunga dell’imbuto, liscia e senza appigli, nella quale si resta incastrati e dove i movimenti sono incredibilmente impediti e difficoltosi. Situazioni di vita nelle quali rischiamo di perdere la speranza.
Come mai entriamo in problemi dalla lunga risoluzione con tanta facilità e velocità? Perché siamo stati inavveduti. No, non sprovveduti, proprio inavveduti, cioè non abbiamo guardato bene e non lo abbiamo fatto perché eravamo di corsa e in preda alle emozioni. Ecco perché parlo di slancio, siamo noi che facciamo le cose di fretta, a tutta velocità, perdendo di vista il paesaggio, le informazioni che esso ci avrebbe trasferito e le altre strade da prendere, eventualmente.
Questo genere di esperienze hanno il carattere dell’ineluttabilità, perché se da un lato ci sembra che avessimo potuto evitarcele, è anche vero che con tutta probabilità sono essenziali per il nostro progresso, sempre che si riesca a uscire dall’imbuto. È importante non attribuirci colpe e affrontare i nostri problemi con una buona dose di amore verso noi stessi, che mai sconfini nell’auto-indulgenza ma che nemmeno finisca per radicarsi nel giudizio impietoso.
Alla fine gli errori non esistono, esistono percorsi che possano più o meno aiutarci a raffinare la nostra presenza sulla Terra e che al termine dei quali ci lascino migliori di prima. Come la farfalla che per uscire dal suo bozzolo deve farlo da un piccolo foro e sarà proprio quel passaggio, sul quale sfregherà le sue ali, a rendere le ali stesse forti e pronte per il volo, nell’aria, nel vento, tra i fiori. Purtroppo non abbiamo garanzie sui tempi di riuscita, e la permanenza nella parte stretta dell’imbuto potrebbe risultarci insopportabile, ma a meno di non arrendersi, ce la possiamo fare. Il fatto è che l’obiettivo non è farcela, ma fare buon uso dell’esperienza. Infine, in questo possiamo anche prendere l’insegnamento che ci sarebbe derivato dal fare le cose meno di corsa, prendendo tempo, gustando i vari passaggi. In questo caso avremo ugualmente un nostro progresso personale, forse meno doloroso ma, temo, altrettanto frustrante perché aspettare e stare è sempre più difficile che agire di impulso.









