Si può raccontare una catastrofe con le immagini e la poesia? Vedendo l’ultima opera di Enrico Pau la risposta non può essere che affermativa. Si può e si deve. Anche se la narrazione è un canto di anime in pena, un lamento funebre per il bosco e la sua memoria verde, che diventa tuttavia un atto di resistenza: alla desolazione, allo sconforto e alla meschinità dell’uomo, per non rassegnarsi davanti alla cenere dello spaventoso incendio che nel luglio del 2021 ha devastato il Montiferru, lasciando una scia di dolore e rabbia. Il film del regista cagliaritano ha ricevuto il Premio Antropocene MUSE al Trento Film Festival 2023.
Dove cantavano le acque dei torrenti, cinguettavano le indiscrete voci di centinaia di uccelli, urlavano i rapaci e frinivano grilli e cicale regna un grande silenzio ovattato. Ma non è un silenzio di pace. Ascoltando bene, fra le alture e le valli del Montiferru, ridotto a una paurosa e triste landa infernale, sotto la cenere, si ode il pianto convulso delle radici di alberi antichi che gemono e si chiedono il perché. Come probabilmente si è chiesto Enrico Pau e come non potranno esimersi dal chiedersi coloro che andranno a vedere il documentario ‘L’ombra del fuoco / S’umbra ‘e su fogu’ in distribuzione dal 12 luglio.

Il regista cagliaritano ha voluto raccontare quello che è rimasto dopo il gigantesco rogo che il 23 luglio del 2021 ha sfregiato ancora una volta i territori di Cuglieri, Santu Lussurgiu, Sennariolo, Bonarcado, Tresnuraghes e Scano Montiferru. Una zona già colpita pesantemente nella tremenda estate del 1983, negli stessi giorni durante i quali la Sardegna ardeva e si consumava la tragedia di Curraggia, nei pressi di Tempio, quando fra le fiamme morirono nove persone. Sono passati quasi quarant’anni, lunghi decenni durante i quali la natura aveva faticosamente ripreso il suo corso, e gli abitanti del nord – ovest della provincia oristanese sono ripiombati in un angoscioso incubo che credevano di essersi messi alle spalle.
Un senso di frustrazione, avvilimento e bile traspare dalle immagini girate fra foreste, pascoli e uliveti trasformati in poche ore in tetri gironi infernali e dalle testimonianze di uomini, piante e animali affranti. Fra queste emerge la poesia, che in Sardegna sottolinea sempre ogni avvenimento, fausto o infausto che sia, con i suoi versi affidati alle voci maschili prese in prestito dall’antica vocazione canora dei cuncordos della zona, o alla voce fuori campo del Bosco, Giuseppe Falchi, che per una volta, sostituendosi alle donne nel lamento funebre, nei secoli prerogativa quasi esclusivamente femminile, si trasformano in attitadores e piangono sui cadaveri di alberi privi di vita, invocando perdono a madre natura, per le anime malate di coloro che l’asino chiama “animali a due piedi”.
“Considero la realizzazione del mio documentario come un atto di resistenza a qualcosa alla quale non posso e non voglio rassegnarmi” – sostiene Enrico Pau – sottolineando che nel suo lavoro oltre alla costernazione, c’è ancora spazio per la speranza, che affiora, nello scorrere delle stagioni successivo all’ennesimo flagello di questa piaga secolare, come il germoglio che inaspettato spunta ai piedi di un albero moribondo che forse, per dirla con Francesco Alziator, aveva conosciuto l’età dei profeti. La speranza è qui, nella rinascita della natura, nella inevitabile resurrezione che arriva dopo le sette spade dolorose di ogni venerdì santo, nel creato che si vendica e vince ancora una volta, contro la stupidità e la malvagità dell’uomo.

L’opera è prodotta da Lucrezia Degortes per l’Associazione Culturale Arvèschida, co-produttore ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico, produttori associati Antioco Floris per l’Università degli Studi di Cagliari – Laurea magistrale in Produzione Multimediale, Dipartimento di Lettere, lingue e beni culturali e Hortus Botanicus Karalitanus, e si avvale della consulenza scientifica di Gianluigi Bacchetta. Gli autori dei testi sono Enrico Pau, Ettore Cannas, Alberto Capitta, Alessandro De Roma, Mauro Tetti, mentre la traduzione dei testi in sardo e la voce narrante è di Giuseppe “Bosco” Falchi.
Nell’immagine in evidenza un fotogramma del film










