Manchester è la prima attrice di un lungometraggio durato il tempo di un lustro. Ad essa gli Smiths hanno legato indissolubilmente la loro produzione e molte delle liriche più ispirate. Con ‘A Manchester con gli Smiths’ – Giulio Perrone Editore – Giuseppina Borghese racconta la città mancuniana, sviscerando le canzoni di Morrissey e soci che diventano il grimaldello per spalancare le porte delle case e dei luoghi della città e narrare una moltitudine di storie ad essa annodate. Una non-guida, un diario condiviso, un viaggio con variazioni globali, per perdersi fra la violenza e le solitudini dei figli della working class di una città industriale, che la sua band più rappresentativa ha trasformato in impetuosa e raffinata poesia in note.

C’è una data, che assieme al 14 settembre 1963, il giorno che sul prato dell’Old Trafford esordiva George Best, a Manchester dovrebbero dichiarare festa cittadina. La data è quella del 4 giugno 1976, quando al Lesser Free Trade Hall i Sex Pistols tennero il loro secondo concerto cittadino, organizzato da Howard Devoto e Pete Shelley dei Buzzcoks che aprirono il live. Quella sera, in mezzo alla platea incuriosita, stavano, fra gli altri, un certo Ian Curtis, un ragazzo dai capelli rossi, tale Michael James Hucknall, un altro di nome Mark E. Smith e anche un certo Tony Wilson. Poco tempo dopo il primo avrebbe fondato i Joy Division, il secondo i The Frantic Elevators e un decennio più tardi i Simply Red, Smith i Fall e Wilson, un tizio che affermava che le cose a Manchester si facevano diversamente, creò un’etichetta indipendente, la Factory Record e aprì un locale destinato alla leggenda, il The Haçienda.
Ma fra il pubblico, non molto numeroso, di quella sera stava anche un ragazzo dagli occhi azzurri scintillanti e dalla fronte alta, all’anagrafe Steven Patrick Morrissey – leggenda narra che non abbia perso neppure un concerto dei Pistols in città- che assieme al chitarrista Johnny Marr nell’autunno del 1982 avrebbe dato vita agli Smiths ai quali si sarebbe unita la sessione ritmica formata da Mike Joyce e Andy Rourke. Una serata fortunata o quantomeno dagli ottimi auspici, quella del Free Trade Hall, che avrebbe rivoluzionato la storia musicale della città e anche la vita di Giuseppina Borghese. La giovane messinese, giornalista, scrittrice e vagabonda narratrice di questo walkabuout – letteralmente significa “cammina in giro” ma è riferito al viaggio rituale che gli aborigeni intraprendono sporadicamente a piedi lungo le sterminate praterie australiane – racconta del suo pellegrinaggio mancuniano attraverso un diario di viaggio che è a tutti gli effetti un duplice atto d’amore per Manchester e per l’epopea smitheriana.

Quello degli Smiths con la loro città è un legame sentimentale profondo, diverso da quello instaurato da band come Joy Division, New Order, Stone Roses o Oasis, che pur trovando, talvolta, un maggior successo e una più vasta popolarità, non raccontarono i tentennamenti, le ansie, le tribolazioni della working class del nord-est britannico e tantomeno le sue solitudini e le sue violenze esasperate.
Quella che si legge nella felice e appassionata narrazione dell’autrice, è una storia che va oltre la musica, le classifiche e i dischi venduti. Una storia che si specchia sulle strade bagnate da una pioggia perenne, sui mattoni rossi di Harper Street, sulle pale dei mulini di Ancoats e sui tetti della prigione di Strangeways; ma soprattutto si specchia sulle persone, di gran lunga, giurano a Manchester, la più interessante attrattiva cittadina.
Ma questo walkabout musicale è soprattutto un viaggio di incontri col passato, dove aleggiano i fantasmi di Oscar Wilde, Friedrich Engels, Johan Keats, Percy Bysshe Shelley, Viv Nicholson, Shelagh Delaney ed Emmeline Pankhurst che si mischiano a una folla di gente sconosciuta che sembra uscita da un quadro di Lowry, a cani a cinque zampe o a orde di operai che cercano il conforto ai loro mali in un pub.
Giuseppina Borghese è abile nel districarsi fra le strade e la moltitudine che sono stati scenografia e soggetto di un poema musicale in quattro atti portato in scena dagli Smiths negli anni dell’edonismo esasperato, di Margaret Thatcher e della moralità contorta. Era proprio da questo variegato campionario umano di una classe operaia che andava ovunque, tranne che in paradiso, che Morrissey, sempre indifferente al pregiudizio, attingeva per dipingere, sulla tela di quelle chitarre che suonavano così retrò, poetiche pennellate cariche di inaudita violenza, incolmabili mancanze, speranze mendaci e tragicomiche critiche al potere, casa reale compresa, alla chiesa e alla società.
Forse la grandezza degli Smiths sta proprio nell’essere riusciti a scrollarsi di dosso l’ingombrante eredità estetica e la violenza sonora del punk dei Sex Pistols, ispirandosi ai più raffinati New York Dolls e Patty Smith, ma conservandone l’attitudine, la tracotanza e la forza ribelle dove potevano riconoscersi tutti coloro ai quali, nell’intimo della loro solitudine, la mordacità degli slogan “no future” non interessava affatto. “Quante sono le persone la cui vita è stata resa migliore dalle canzoni degli Smiths?”, si chiede l’autrice. Tante, sicuramente, anche a quelle che soffrono per le intemperanze del Morrissey odierno. Ma alla fine poco conta, veramente, e questo libro, che è consigliabile sorseggiare come un Wanderlust anche se la voglia sarebbe quella di buttarlo giù tutto d’un fiato, ne è una profonda testimonianza, come i luoghi iconici dove conduce.
L’unico difetto, se di difetto possiamo parlare, è che a ogni citazione canora potrebbe assalirvi la voglia di ascoltare la canzone summenzionata. Questo da un lato rallenterebbe la vostra lettura, ma dall’altro vi permetterebbe di assaporare queste pagine in una maniera del tutto inaspettata. Mai avremmo creduto in vita nostra di correre ad ascoltare ‘Bigmouth Strikes Again’ pensando ai mulini di Ancoats, ai suoi cotonifici e alle fabbriche di gelato di una Litte Italy d’oltre Manica. Ma tant’è, e allora: “Sweetness, sweetness i was only joking…”











