Agonizza da oltre un secolo. Più volte le campane a morto hanno annunciato la sua mesta fine, ma ogni volta che si sta per recitare il requiem, eccolo che ritorna. Rombi di gran cassa e rullare di tamburi echeggiano per le strade annunciando la sua resurrezione, sempre diversa, magari un poco cupa, debole, rauca si adatta ai tempi; cambia, come cambia il mondo, la metamorfosi è insita nella sua stessa essenza; muore, fra le fiamme del suo Re “scanciofau e imbriagoni” ma alla fin fine ritorna sempre. Già nel 1913, il vero e antico “Carnovali” cittadino era dato per spacciato, tramontato meschinamente, privato del suo antico fulgore. E invece no, non morì allora, non morì sotto le bombe del 1943, non è riuscito a ucciderlo neppure il nuovo millennio e oggi ritorna, seppur con grande fatica, dopo la pandemia, ad animare nuovamente le strade del centro.

Le cronache di inizio Novecento raccontano ancora di urla, strepiti, risate di una folla di gente mascherata che gremiva la via dove infuriava la bufera di giocondità e di vita; dove tripudiava un saluto alla stagione più spensierata dell’anno; dove si agitava l’anima intera di una città che voleva ridere e divertirsi tra una calca enorme di popolo che si pigiava, urtava e spingeva nei luoghi più frequentati, nel Corso, nelle piazze dove si recava per partecipare alla festa di quella folla stordita di entusiasmi e ubriaca di vino e suoni penetranti, dove in tutto quel rumore, in tutto quello strepito, in tutto quel fracasso di maschere e di vetture impazzava il carnevale cagliaritano. Una festa sincera, spontanea, attesa, che attirava e coinvolgeva tutti, lasciando rammaricato chi non poteva parteciparvi, come un giovanissimo Antonio Gramsci studente a Cagliari che, perennemente in bolletta, passò le giornate del carnevale 1910 accucciato in un angolo, imbronciato, chiuso in casa della signora Doloretta Porcu dove stava a pensione nel corso Vittorio Emanuele, – all’epoca, per il carnevale, gli studenti di ogni ordine e grado godevano di sette giorni di vacanza – mentre sotto le sue finestre ribolliva l’istrionismo e il fervore di suoni della baraonda collettiva.
I cagliaritani storicamente non vollero mai rinunciare al loro carnevale e al diritto di mascherarsi e far festa. Un carnevale da sempre nemico giurato del potere, che soltanto in quelle giornate poteva essere messo alla berlina. Eloquenti in tal senso sono i pregoni dei viceré spagnoli e sabaudi che cercavano di limitare le mascherate cittadine per non turbare la pubblica quiete e che non erano mai bene accolti dal popolo che nel 1852 arrivò a scontrarsi fisicamente con i carabinieri per rivendicare il proprio diritto alla mascherata.
Già dalle giornate successive all’epifania nei quartieri si sentivano rumori di grancassa e profumo di fritture dolci. Quanto mai poliedrico, il carnevale cittadino iniziava ufficialmente il giovedì grasso, su giobia lardaiolu, grasso come lo strutto che laminava le padelle dove venivano preparate la frittura araba, is tzippulas e is culingionis di pasta di mandorle che assieme a pardulas, meraviglias, coiettas, spantus, scandelaus e piricchitus addolcivano le frenetiche giornate di bagordi, innaffiate, ben inteso, da ettolitri di vino, acquavite, vernaccia e vermouth.

Le vie si riempivano di gente mascherata e saltavano fuori “sa panettera” che fra frizzi, lazzi e parole brucianti, deprecava e condannava corruzione e malcostume; “sa viura“, lamentosa e irriverente vedova in pectore del carnevale che presto sarebbe finito al rogo; “su papa sa figu”, rappresentante un pescatore munito di canna, al quale amo veniva applicato un fico secco che “is piciocus de crobi“, altri immancabili protagonisti del carnevale, cercavano di guadagnare; “su caddemis”, irriverente caricatura stracciona dei biondi marinai scandinavi e britannici presenti in città che spesso si univano alla caciara carnevalesca, e ancora “su pastori” e “su dottori”, sempre accompagnati da “is piciocus de crobi”, in veste di gregge di pecore col primo e in qualità di scanzonati paggetti che assistevano in coro il secondo, mentre elargiva licenziose ricette alle “maramigelle,’ e ancora “su seddoresu”, “su maiolu”, s’arrigateri”, “su concali de procu” e tanti altri camuffamenti spontanei.
C’erano poi i gruppi in maschera, a orde di quaranta o cinquanta individui, “is maccus”, “is tialus”, “is cassaroris”, “is fraris Mugheddus”, “s’arroglia arroglia”, “is isposus”, e “sa Ratantira”, l’anima chiassosa delle sfilate che si faceva largo fra la folla a colpi di gran cassa, rullar di tamburi, tintinnio di triangolo e sfiatar di trombe, pifferi e launeddas. La musica era un altro elemento fondamentale della festa, in una città come Cagliari che amava ballare tutto l’anno, in quelle giornate veniva parecchio esasperata. Si ballava dappertutto. In strada, nelle piazze, nei teatri del Civico e del Politeama Margherita; nei circoli: al Filarmonico, al Commerciale, al De Candia, in quello degli impiegati e nelle sale popolari addobbate di festoni. Non mancavano poi le corse di cavalli e le pariglie, comprese quelle dove si sacrificavano i polli che venivano abbattuti a bastonate, in corsa sfrenata, dai fili tesi nella Via San Michele – attuale via Azuni – nel rione di Stampace; e i carri allegorici che, puntualmente, con fantasiose parodie, prendevano di mira l’amministrazione comunale e l’establishment cittadino.
Talvolta la festa rischiava di degenerare e si vivevano momenti di tensione che rischiavano di sfociare in solenni scazzottate. Da un lato le maschere che scocciavano impunemente i malcapitati di turno e dall’altro borghesi poco avvezzi alla festa o maleducati che aggredivano e molestavano le maschere, in particolar modo delle comitive dove maggiormente abbondavano le ragazze. Allora come ora, c’era anche chi si lagnava del clamore di quelle giornate e condannava il “barbaro uso di certi monellacci” – le parole sono di un fedele e anonimo abbonato a ‘L’Unione Sarda’ del 1910 – che avevano la plebea abitudine di portare in giro per la città una grancassa che per l’occasione percuotevano con voluttà cannibalesca.

La mattina del mercoledì delle ceneri la città si risvegliava come se fosse stata invasa da un’orda barbarica. Prima dell’avvento dei coriandoli, dai carri si lanciavano ceci, farina, fagioli, polenta, peli d’animale, piume, polvere di gesso e così, il primo giorno di Quaresima, nelle strade del centro si dovevano ripulire strati di sei o sette centimetri di materia organica, rimasta come ricordo delle giornate di sfrenato giubilo.
Questo durò almeno fino alla prima guerra mondiale. Dopo, il carnevale cominciò a volgere lo sguardo verso quello ambrosiano, veneziano, viareggino e complice la modernità del secolo breve le cose cambiarono. Altre lugubri marce e rullar di tamburi avrebbero sostituito le allegre manifestazioni fino a quando le uniche maschere da indossare rimasero quelle antigas. Venne la guerra e una settimana esatta prima del carnevale del 1943 la città fu distrutta dalle bombe anglo-americane. Ma il carnevale non morì neppure allora, non poteva morire, perché in esso viveva tutto lo spirito della città che dalle sue ceneri fu capace di risorgere e con essa anche “Sa Ratantira”, reintrodotta nel 1946 per volontà di Tonino D’Angelo, fondatore insieme a Pinuccio Schirra della G.I.O.C. E così è sopravvissuto, conoscendo tante metamorfosi, per rischiare di scomparire nel nuovo millennio e tornare ancora in auge pochi anni or sono, fino al nuovo stop determinato dalla pandemia.
Tutte le informazioni sul Carnevale cagliaritano del 2023 si possono trovare qui
Oggi, finalmente, “Sa Ratantira” e il carnevale cagliaritano torneranno a far chiasso e a far rullare i tamburi per le strade cittadine, con buona pace di chi, dall’alto dei suoi attici e della sua superba ignoranza, si lagnerà ancora di siffatta selvaggia baldoria.
Foto di copertina dal sito Stampacini.doc










