Sembra passata una eternità ma era solo il 2019, anno dell’ultimo lavoro della band inglese. Sembra passata una eternità ed in realtà è così perché i Ladytron rappresentano quanto di meglio sia stato regalatoci dalla terra di Albione nel favoloso decennio 2000-2010, quando quella che considero la seconda “New Wave” mise a ferro e fuoco tutto il mondo, dai palchi di ristretti locali ai dancefloor fino ai festival fragorosi come il Coachella o il Primavera.
I Ladytron furono proprio tra i protagonisti indiscussi di quel periodo sapendo fondere elettronica, discendenze più dark, con richiami di spessore come la sempre meravigliosa cover dei Death in June di ‘Little Black Angel’, fusioni fredde di shoegaze e languido dream synth pop.
Solo che quel periodo si bloccò istantaneamente nel 2010, o poco lì vicini, così, come tutte le cose belle.
Quindi il loro ritorno per me sarà sempre una sorta di effetto doppler di quanto assaporato lustri fa, un suono stupendo ma sentito da lontano, anche se pubblicato nel 2019, o, come nel caso di ‘Time’s Arrow’, alcuni giorni fa.
Non ci sono chissà quali cambiamenti radicali, ho immediatamente riconosciuto quel suono di cui mi ero innamorato perso durante i miei 20s però, onestamente, niente di più, non ho trovato nessuna delle tracce che compongono i circa quaranta minuti dell’album in grado di essere la killer hit, la candidata da dancefloor, magari vitaminizzata da un duo a caso come i Soulwax oppure dagli Hot Chip, no, non c’è perché tutta questa impalcatura è completamente sparita, questo ecosistema che viveva in parte di singolarità, in parte di aiuti reciproci è ormai un ricordo del passato e quindi, così, sedendo e mirando, anzi ascoltando, ‘Time’s Arrow’ scorre tranquillo, con qualche momento molto interessante ma un po’ troppo isolato come ‘The Night’ e quando termina dentro di me mi domando:’ Ah, già finito?’
‘Si’.
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