La Cagliari dei primi del secolo scorso era una città immersa nella sua Belle Èpoque. Una città che cambiava rapidamente, vivendo anni di grande fermento sociale, culturale ed economico. Una trasformazione sotto il lungo sindacato di Ottone Bacaredda che l’avrebbe segnata per sempre, ma che dietro il lustro dei marmi del bastione, del palazzo comunale, dei rigogliosi giardini, dei teatri e dei caffè, nascondeva le misere condizioni di un variegato magma proletario e sottoproletario formato da operai e operaie, pescatori, prostitute, vagabondi e ragazzi di strada. Questo è lo sfondo dove Francesco Abate ha voluto ambientare la storia a tinte noir di Clara Simon, giovane giornalista che per fare luce su alcuni misfatti dovrà pescare nel torbido di questo lato oscuro cittadino, un vortice che però coinvolgerà anche l’alta società delle vecchie famiglie aristocratiche e l’emergente borghesia mercantile.

Una nera città di mare la Cagliari di Francesco Abate. Nera come la Napoli di Maurizio De Giovanni, con il quale venerdì ha condiviso il palco del festival di letterature applicate ‘Marina Cafe Noir‘, organizzato dall’associazione Chourmo e giunto quest’anno alla sua ventesima edizione, e nera come la Marsiglia di Jean Claude Izzo al quale la kermesse si ispira sin dalla sua nascita. Napoli dicevamo, dove Francesco Abate ha parte delle sue radici, come le ha il carabiniere Rodolfo Saporito, cooprotagonista delle sue ultime fatiche letterarie e collega investigatore del commissario Luigi Alfredo Ricciardi, reso popolare da De Giovanni nella pluridecennale saga ambientata negli anni trenta, lo stesso periodo nel quale dalle colonne de L’Unione Sarda – caro a Francesco Abate come a Clara Simon – il capoluogo sardo rivendicava niente di meno che la paternità dei maccheroni.
La Cagliari dove Abate ha ambientato i primi due atti della sua saga noir, ‘I delitti della salina‘ e ‘ Il complotto dei Calafati’ editi da Einaudi-Stile Libero, è quella dei primissimi anni del Novecento. Una città che da piazzaforte militare si stava trasformando rapidamente in polo mercantile, che dalla rocca del Castello stava pian piano trasferendo le sedi del potere verso il mare; aperta al mondo, cosmopolita, che attirava uomini d’affari, imprenditori, maestranze e si specchiava nelle nuove costruzioni, nel suo bel mercato, in una vivacità culturale e associativa senza precedenti, con la gente che affollava i caffè alla moda, i teatri, il cinematografo Iris, le sale da ballo, gli stabilimenti balneari della Playa e le strade del centro dove le bande musicali animavano la passeggiata del corso Vittorio o la terrazza umbertina del nuovo bastione.
Eccola la Cagliari en marche di Ottone Bacaredda – che proprio in questo giorni viene ricordato a un secolo dalla sua scomparsa attraverso una variegata serie di iniziative culturali promosse dall’amministrazione comunale – sindaco per diverse legislature e fautore del radicale cambiamento cittadino. Una città che seppur di ridotte dimensioni e con appena 54mila abitanti, sognava in grande e bramava una funicolare come quella di Napoli, pensava al suo largo Carlo Felice come alla Canebière di Marsiglia o alla Rambla di Barcellona e ai suoi lungomare eleganti alla pari di quelli di Mondello e Nizza.

Tuttavia l’opulenza e l’efficienza della città bazar contrastavano con un’altra Cagliari. La “città dell’amore” – la definizione è di Grazia Deledda – nascondeva, ma non troppo, un profondo lato oscuro fatto di miseria, degrado e fenomeni di disadattamento urbano. I bambini cenciosi – i famosi piciocus de crobi – mendicanti, le prostitute non erano altro che la punta dell’iceberg di una precaria situazione socioeconomica che coinvolgeva pescatori, artigiani, sigaraie, operai e maestranze di ogni genere, caratterizzata da infimi salari, carovita e alloggi indecenti affittati a prezzi stellari. Una situazione che, anche grazie alla concomitante comparsa di nuovi soggetti politici, fautori di ideali progressisti, come quello repubblicano, socialista e anarchico, esploderà nel 1906 con Sa Rivoluzioni, i moti della fame, che in città e altrove verranno repressi brutalmente nel sangue.
Nella felice narrazione di Francesco Abate questo reale contrasto emerge con prepotenza. Da un lato la città del dualismo liberale fra Ottone Bacaredda e Francesco Cocco Ortu; dall’altro quella agitata degli scalpellini anarchici di Carrara che lavorano al nuovo palazzo municipale, delle inquiete sigaraie, dei barricadieri avanguardisti Romolo Garbati, Jago Siotto ed Efisio Orano, degli scioperi, della Camera del Lavoro e del malessere diffuso. La cronaca sociale fa da sfondo a quella nera; la Storia fa i conti con fantasiosi omicidi ed enigmi da risolvere.
Anche i personaggi partoriti dalla penna di Abate riflettono spesso quelli realmente esistiti. In Clara Simon si trovano ad esempio alcuni richiami alla giornalista Paola Lombroso o nel direttore de ‘L’Unione’ Giorgio Pisano quello all’indimenticato Raffa Garzia, che la Cagliari dell’epoca vissero a fondo e raccontarono a più riprese. Altri, come Max Leopold Wagner vengono chiamati direttamente in causa. Ma affiorano anche le memorie familiari dell’autore, come la mitica bisnonna Elvira, anarchica di estrazione borghese, che ogni tanto finiva in domo petri in seguito all’arresto preventivo che l’ordinamento riservava all’epoca a ribelli e refrattari.
Il grande merito dei due libri di Francesco Abate, oltre alle avvincenti storie noir che catturano e appassionano, è quello di aver, forse per la prima volta nella storia letteraria isolana, evaso i fin troppo abusati canoni narrativi provinciali – non ce ne vogliano Lev Tolstoj e Cesare Pavese – e di aver finalmente raccontato la città e uno dei periodi più importanti della sua storia. La Cagliari che pochissimi anni dopo diverrà patria adottiva del giovane studente Antonio Gramsci, altra vicenda che la storiografia e la memoria cittadina continuano sostanzialmente e inspiegabilmente a ignorare.
Il racconto si arena al 1905. La rivoluzione e alle porte. Cosa farà Clara Simons? Non vediamo l’ora che Francesco Abate ce lo racconti.










