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EDITORIALE. Croci e hijab, il cambiamento passa (anche) attraverso il dialogo tra abito e cultura

Di Alice Tolu
26/11/2022
in Cultura, Editoriale, Moda
Tempo di lettura: 3 minuti
EDITORIALE. Croci e hijab, il cambiamento passa (anche) attraverso il dialogo tra abito e cultura

Moda e religione hanno da sempre un rapporto di dialogo controverso che si manifesta sotto diversi aspetti a seconda del luogo che si abita. Nella parte del mondo definita occidentale possiamo ricorrere a numerosi esempi del vestire sacro da profani, a partire dalle croci stampate o ricamate a profusione negli abiti di Versace, dalle aureole di Jean Paul Gaultier, dal rosario utilizzato come ornamento non proprio religioso da Dolce & Gabbana e potremo andare avanti a lungo. Ovviamente è un modo di vestire contemporaneo raggiunto in secoli di evoluzione o involuzione, dipende dai punti di vista, ma in ogni caso in questa parte del mondo possiamo letteralmente giocare con assoluta libertà indossando nel quotidiano paramenti religiosi che diventano moda a tutti gli effetti.

Creare un dialogo tra moda e religione non è mai semplice, soprattutto se riguarda culture storicamente oppresse e giocare con l’immaginario religioso genera dibattitto se non addirittura vere e proprie rivoluzioni.

L’ hijab in Iran diventa il simbolo di un cambiamento in atto

In questi mesi stiamo assistendo ad una rivoluzione delle donne iraniane supportate dal mondo intero, perfino quello maschile, quello dei loro fratelli e dei loro padri. Tutto è partito da una violenza inaudita verso una giovane donna, Masha Amini, uccisa per l’ hijab mal posto. Tutto ha assunto un carattere forte e non accenna a fermarsi, anzi sta diventando un’onda che vuole spazzare via la violenza e le oppressioni sulle donne. Certo, prima di arrivare ad una normalizzazione di un accessorio che per le donne musulmane in altri luoghi è portato in maniera più distesa, forse ci vorrà ancora molto tempo. I diritti umani dovrebbero sempre essere riconosciuti per condurre la vita che ognuno sceglie per sé, in totale libertà di espressione e di pensiero. Anche se distanti geograficamente, sono questioni che ci riguardano sempre da vicino e se il costume religioso dovesse essere usato come una tendenza contemporanea coordinato seguendo un proprio stile personale, potrebbe risultare lo strumento efficace verso il cambiamento. Come simbolo ha avuto una reazione a catena più potente dei fucili.

Met Gala, quando l’abito dialoga con la religione

Oggi per noi assistere alla dissacrazione dei simboli religiosi cattolici è all’ordine del giorno e ci aiuta a vivere la spiritualità come una questione intima e personale, senza necessariamente doverla imporre o esporre. L’intenzione artistica di creare un dialogo tra due mondi apparentemente distanti è ben espressa nel tema del Met Gala del 2018 che titolò la mostra evento “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination“, ovvero “Corpi celestiali: moda e immaginario cattolico” con la volontà di esplorare l’ interazione che esiste tra l’abito e la religione. Ogni anno Il Met Gala si svolge come un grandioso evento di beneficenza a favore del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York e dagli anni Settanta esiste un dress code che segue la mostra in corso, introdotto dall’allora direttrice di Vogue America Diana Vreeland e in vigore ancora oggi. Il Met Gala negli ultimi anni ha acquisito una risonanza mediatica tale da essere considerato metaforicamente una gara globale di creatività per gli stilisti che vestono gli esclusivi invitati.

Quell’edizione probabilmente non fu solo argomento frivolo da salotto perchè, come ci dimostrano le coraggiose donne iraniane, il simbolismo del vestire esponendosi manifesta una precisa volontà e un’azione concreta per il mondo che verrà.

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