“Al gioco della musica vince chi arriva insieme” (Paolo Cerlati). In questo aforisma è probabilmente racchiusa tutta l’essenza del percorso musicale e di vita di Stefania Pineider, direttrice di Studium Canticum, associazione nata nel 1995 con lo scopo di diffondere la cultura della musica corale attraverso la conoscenza e la condivisione.
La condivisione Stefania Pineider, padre toscano e mamma napoletana trapiantati in Sardegna, l’ha respirata fin da piccola durante la sua infanzia cagliaritana fatta di cortili condominiali popolati di bambini, scuole improvvisate in garage e campi scuola affollati.

Gli studi di letteratura di viaggio e il dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa hanno attraversato parte della sua vita, per lasciare poi spazio ad una passione coltivata fin da piccola, quella per il canto e le polifonie, la musica in generale, approfondita con lo studio del pianoforte e approdata alla creazione di un coro che poi ha dato vita a cinque formazioni distinte e numerosi progetti, come note di uno spartito a più voci, è il caso di dirlo.
Le iniziative didattiche della Studium Canticum vanno di pari passo con quelle artistiche, con l’obiettivo di creare occasioni di apprendimento e di restituzione, il tutto all’insegna del ‘far coro’. L’offerta è articolata, per ogni fascia d’età, con il Coro dei piccoli dai 3 ai 6 anni, Scuole in Coro, rivolto ai bambini delle scuole elementari e medie, Chorus fabbrica coro giovanile, il progetto Ad libitum per chi si avvicina alla musica da adulto e infine il coro Studium Canticum, l’ensemble che ha dato vita alla associazione, da anni impegnato in una ricca attività concertistica.
Uno degli appuntamenti più attesi della programmazione artistica di Studium Canticum è senz’altro il festival di musiche per coro Spettacolo aperto, nato con l’idea di accogliere gli spettatori all’interno del percorso creativo corale, facendogli vivere il “dietro le quinte” fatto di esperienze condivise, laboratori, spettacoli in piazza. Giunto alla sua settima edizione, quest’anno riporterà in scena dal 15 al 22 ottobre a Cagliari diversi ensemble con un programma dinamico che toccherà piazze, chiese, teatri, parchi urbani e naturalmente scuole.
Abbiamo incontrato Stefania Pineider per farci raccontare da lei, in particolare, uno degli appuntamenti più originali e interessanti del festival, ‘Orto sonoro’, previsto per il 16 ottobre (spettacoli ore 10.30; 12.30; 15) negli spazi dell’Orto botanico di Cagliari, con la partecipazione del coro Studium Canticum, delle Scuole in Coro senior e del Maestro Riccardo Zinzula al pianoforte. Gli spettatori saranno dotati di cuffie wireless per poter ascoltare le esecuzioni in movimento, percorrendo gli spazi dell’Orto facendosi attraversare da musica e percezioni sensoriali diverse.


Come è nata l’idea di portare la musica corale all’interno dell’Orto botanico di Cagliari?
Da molti anni, direi da quando esiste Spettacolo aperto, ragioniamo sul portare la musica fuori dagli spazi chiusi, per via del fatto che il coro è spesso associato ai luoghi ecclesiastici, ad un mood sacro e serio. Da quando esiste l’associazione la nostra sfida è invece dimostrare che non è vero, creando situazioni che possono coinvolgere praticamente ed emotivamente, andando verso il pubblico piuttosto che aspettare che sia il pubblico a venire da te. Con l’idea di utilizzare gli spazi pubblici, nel 2016 è nato lo spettacolo ‘Bach under the tree’, nel quale abbiamo eseguito musiche di Bach sotto un grande albero dei giardini pubblici insieme alla performance della Compagnia Eia. Ci interessa molto la ricerca su questo tema, di come portare fuori la musica, che sia Bach o cose più semplici e più orecchiabili, per trasmettere alle persone la convinzione, molto profonda, che la musica per coro sia bella ma soprattutto adatta a far si che le persone si avvicinino all’utilizzo della musica, verso il quale a volte manifestano una sorta di vero e proprio timore reverenziale, perchè in generale per svariati motivi non è semplicissimo accedere alle esperienze musicali.
E’ molto interessante, nel progetto dell’Orto sonoro, il connubio tra la tecnologia wireless che permetterà l’ascolto in movimento e l’immersione nello scenario naturale.
Ci piaceva la possibilità di creare un’esperienza di sinestesie tra canali. L’Orto botanico è già un altrove dentro la città, entrare è un momento di deragliamento dei sensi e l’orto ha già la sua colonna sonora fatta di insetti e rumori naturali. Spesso le persone vanno lì e fanno una passeggiata con le cuffie, ascoltando della musica e quindi ci sembrava un’idea carina quella di poter offrire in questo scenario della musica eseguita dal vivo. I cori saranno lì e canteranno, dando la possibilità alle persone di ritagliarsi il loro spazio, magari stando su una panchina a leggere oppure mentre camminano e farlo con questo ascolto immersivo nel quale, tra l’altro, attraverso le cuffie si potranno anche selezionare i canali scegliendo di ascoltare i bassi piuttosto che i tenori o altri componenti.

Ha un’idea molto dinamica della musica che prevede il contatto tra le persone e la condivisione: pensa che possa essere un rimedio, di questi tempi, ad alcune barriere che mettiamo tra noi e chi ci circonda?
Lo penso io ma lo pensano anche altri. Ci sono tantissimi studi a livello neuro scientifico e c’è la nostra esperienza che viviamo in numerosi contesti, quella della cura di se stessi e di una relazione con le persone che è reale, non virtuale. Ci si incontra, ci si vede, ci si parla, ci si scontra e ci di modella anche in questa dimensione in cui non sei solo ma con gli altri; se la vogliamo guardare in un’ottica di civiltà è uno strumento estremamente prezioso. Parlo del coro come dell’orchestra, in generale della musica fatta insieme. C’è il senso di engagement per ognuno e di responsabilità condivisa e poi, emotivamente, ti torna indietro una botta di emozione. Questo basterebbe soltanto per definirne l’importanza. Il senso della nostra musica per tutti è che di musica se ne fa poca, le persone ne fanno poca perchè è sempre considerata qualcosa di decorativo, da ascoltare più che da fare, con un senso di lontananza alimentato anche da una certa parte di musicisti.
A questo proposito, il concetto di musica popolare spesso viene visto con sospetto, invece lei ci tiene a dimostrare che musica popolare e musica colta possono andare di pari passo.
Qua entriamo nell’ambito dell’etichettatura, come nella letteratura così come in altri temi, la musica è musica, se fatta bene va bene tutto, se non è fatta bene è un altro paio di maniche. La musica si divide in musica fatta male e musica fatta bene, il resto è solo questione di classificazione. Nel progetto “From Genesis to choir“, ad esempio, c’è tutto un mondo, a livello tecnico e di approccio. L’interessante è poter accedere ad esperienze diverse, poter sentire i Genesis come poter sentire Bach, diversi tipi di musica. Come quando vai a vedere un quadro e pensi che non hai capito niente, ma poi ti piace o non ti piace? Quello che ti resta è l’emozione e il significato che lascia dentro.










