C’è un’antica leggenda secondo cui ogni figlio della Mongolia nasce con una chiazza bluastra sulla schiena, chiamata la macchia mongolica. Inizia con questo suggestivo racconto che parla di identità e appartenenze “La macchia mongolica“, il reading che Massimo Zamboni, cantante, chitarrista e scrittore emiliano, ha regalato al pubblico di Palazzo Siotto a Cagliari sabato 16 aprile nella terza giornata del festival Musica e Storia organizzato dalla Fondazione Siotto.
La storia della macchia mongolica è, come tante altre leggende, un mito identitario che gli uomini e le donne hanno costruito per sentirsi parte di una cultura, un popolo. Spesso quella macchia attraversa le montagne, i deserti e il mare per arrivare fino a noi, e questo è successo alla piccola di casa Zamboni, Caterina, figlia di Massimo e della sua compagna Daniela. E’ così che a 18 anni la ragazza ha espresso il desiderio di conoscere la Mongolia e vedere i luoghi tanto cari ai genitori, e da qui è nato il viaggio che oggi Zamboni racconta attraverso immagini, musica e parole nel reading concerto andato in scena a Cagliari. Un viaggio compiuto nel 2016, a vent’anni di distanza da un altro viaggio che Massimo, fondatore, musicista e compositore di CCCP e CSI, ha fatto insieme a Giovanni Lindo Ferretti.
Il viaggio e lo stupore
Si arriva nel paese con i vagoni di seconda classe della Transiberiana, un’esperienza che oggi regala impressioni più moderne rispetto alle narrazioni tradizionali. Dopo migliaia di chilometri, “riconosciamo la Mongolia dai pascoli e dagli animali”, ed è come tornare a casa per Zamboni, che sente subito le due vite, “quella reale di casa e quella irreale di qui”, contaminarsi a vicenda. Il paese mongolo è uno stupore continuo, fatto di paesaggi gialli e verdi di steppa e monti, dove la storia non ha lasciato tracce se non negli edifici di pietra ormai sbriciolati e trasformati in sabbia, e dove lo strato fertile è sottilissimo tanto che qui non cresce nulla, né alberi né arbusti. Eppure il fascino di questa terra è infinito, ci sono i silenzi e le montagne, e quella sensazione di “letargia della meraviglia” interrotta dalle famiglie in transumanza, da un viandante a cavallo, dalle tende bianche. E a proposito di tende, “entrare in una tenda mongola è un atto religioso, una scoperta prolungata che non cessa di stupire”, ed è proprio in un momento come questo che la giovane Caterina scoppia in un pianto dirotto, “il pianto dell’identificazione”. Ci sono poi i monasteri sperduti animati dallo svolazzare dei corvi, la grande catena montuosa dei Monti Altaj, il deserto del Gobi e i ghiacciai. “Quando ci siamo accampati sulle rive del ghiacciaio per la notte ho pensato che avrei voluto restare qui, dove la vita si inventa giorno dopo giorno e non esistono regolamenti, se non quelli della natura. In quel momento ho pensato ai miei antenati sull’Appennino reggiano, depositari di un unico codice consuetudinario a cui obbedire”.

Il concerto a sorpresa
Il reading prosegue poi in musica: Massimo Zamboni regala al pubblico cagliaritano una sorpresa, un piccolo live insieme al chitarrista Eric Montanari che attraversa i decenni dai CCCP ai CSI per arrivare, infine, a “La mia patria attuale”, l’ultimo disco uscito lo scorso gennaio (qui la recensione di Mario Gottardi per Nemesis Magazine). Zamboni si conferma ancora una volta un artista sensibile e generoso. E, superati i sessant’anni, dopo aver viaggiato in tutto il mondo e “aver promesso a me stesso che dopo i 18 anni ogni giorno avrei fatto una cosa fenomenale”, oggi ha per sé una nuova promessa: “Compiere ogni giorno un’innocenza”.










