“L’aggressione a una folla fitta a centinaia di migliaia, in una città stretta tra la montagna e il mare, è stato il più deliberato atto criminale commesso dalla forza pubblica dal tempo degli scontrosi anni Settanta in poi” (Erri De Luca)
C’è un prima e dopo per la generazione di noi quaranta, cinquantenni. Non è l’attentato alle torri gemelle, non gli attacchi terroristici in Europa, la morte di Saddam Hussein, non l’avvento dei social network che pure ha cambiato radicalmente le nostre vite. Il prima e dopo, il momento che ha sancito che niente sarebbe stato come prima, sono i giorni di metà luglio di vent’anni fa, quando abbiamo visto con i nostri occhi cosa accadde a Genova durante il summit mondiale del G8.
C’era una strana, euforica sensazione, nei mesi prima. Ragazzi e ragazze di tutto il mondo avevano iniziato a guardare al movimento no global con entusiasmo: i forum internazionali di Seattle prima, e poi Davos e Porto Alegre avevano contribuito a far incontrare giovani che si riconoscevano nella battaglia contro le ingiustizie, nella rivendicazione di una equa distribuzione di risorse e possibilità, nel rifiuto dell’idea che poche persone potessero rappresentare le istanze di un pianeta. Un mondo nuovo andava riscritto, e quello sembrava il momento giusto per farlo. Il G8 a Genova, programmato per i giorni 19, 20, 21 e 22 luglio del 2001, sembrava l’occasione perfetta per per trovarsi insieme. Decine di migliaia di persone scelsero di esserci, da tutta Italia e da diversi paesi d’Europa, riunite con movimenti e associazioni o in gruppo con amici.
Genova ci sembrava una grande piazza dove rivendicare davanti alle telecamere e i microfoni di tutto il mondo pace, giustizia, equità, autodeterminazione e diritti per tutti e tutte. Da subito, però, era palese che ci saremmo trovati davanti a un muro: un imponente e straordinario schieramento di forze dell’ordine che avevano ricevuto l’ordine di proteggere la zona rossa, quella del summit.

Oggi abbiamo un’infinità di documenti, testimonianze, immagini, atti giudiziari che ci aiutano ad avere un quadro preciso di cosa accadde in quei giorni, ma la situazione era chiarissima anche allora. Da settimane prima aleggiava su Genova un clima di paura, i media trasmettevano in continuazione l’allerta sui disastri che quei manifestanti avrebbero provocato, il terrore di attentati, terrorismo, violenze. Circolava allora un fascicolo segreto preparato dalla Questura di Genova che metteva per iscritto i pericoli attesi: il contenuto è agghiacciante, si diceva che alcuni gruppi avrebbero potuto lanciare tra la folla palloncini con sangue infetto o frutta con dentro lamette. La grande contestazione attorno al G8 fu presto raccontata a tutto il paese come un grande pericolo contro cui lo Stato italiano dispiegava tutte le sue forze, legittime e non.
Chi c’era a Genova spesso ha faticato e fatica ancora vent’anni dopo a mettere insieme le parole per descrivere l’orrore di quei giorni. Parole che ricorrono: il rumore incessante e inquietante degli elicotteri sopra la testa che spesso preannunciava l’arrivo di una carica della polizia, i limoni in tasca per ripararsi dai lacrimogeni, i numeri degli avvocati scritti con pennarello indelebile sulle braccia, i genovesi che aprivano cortili e giardini per far nascondere i manifestanti inseguiti dai militari o distribuivano acqua, bende, cerotti e disinfettanti. C’è chi si è visto sequestrare macchine fotografiche e rullini, chi ha visto le forze dell’ordine accanirsi con i manganelli su donne a terra, chi ha sentito gli agenti urlare “Vi ammazzeremo tutti“. E poi ci sono piazza Alimonda con il cadavere a terra di Carlo Giuliani, ammazzato da un carabiniere appena ventenne e oltraggiato ancora dalla camionetta che ci passa sopra due volte, e la scuola Diaz, e la caserma di Bolzaneto. L’orrore sotto i nostri occhi e in mondovisione tra le strade di una Genova attonita e impotente, dove per quattro giorni i diritti di manifestare, muoversi, dissentire sono stati sospesi, calpestati, colpiti con prepotenza da chi avrebbe dovuto proteggere quei ragazzi e quelle ragazze.
A Genova non c’è stato solo il sangue, le ferite, le torture: una delle colpe più grandi in chi ha voluto trasformare Genova in un massacro è stata quella di aver diviso un paese, un continente in due fazioni, noi e loro, buoni e cattivi, bandiere arcobaleno e black block. Oggi chi era il nemico lo sappiamo bene.
Mario Placanica, accusato di omicidio colposo per aver sparato e ucciso Carlo Giuliani, è stato prosciolto prima di arrivare a processo per aver agito per legittima difesa. Giuliano, padre di Carlo, qualche anno fa ha pubblicato “Non si archivia un omicidio”, in cui racconta attraverso immagini e testimonianze una versione dei fatti diversa da quella a cui ha creduto la giudice che ha archiviato il caso.

I 45 imputati per i fatti di Bolzaneto, con circa trecento persone che hanno accusato poliziotti, carabinieri, agenti carcerari, medici e infermieri di essere stati privati della possibilità di comunicare con un legale, picchiati, insultati e minacciati sono stati processati ma i reati sono stati prescritti per 37 di loro. Sette sono stati condannati, quattro assolti. La Corte di Cassazione ha ammesso che nella caserma furono commesse gravi violazioni dei diritti umani. La Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto l’Italia colpevole per i fatti di Bolzaneto e ha disposto un risarcimento per sei persone.

Per il massacro alla scuola Diaz, da cui uscirono 60 persone ferite su 93 arrestate, sono stati condannati 25 agenti della polizia. “Una pura esplosione di violenza”, per i giudici della Corte di Cassazione che hanno scritto l’ultima parola sulla vicenda.
Se chiedete a un ventenne cos’è successo a Genova vent’anni fa è molto probabile che non sappia rispondere, nonostante scrittori, giornalisti, artisti, musicisti, fotografi, registi e documentaristi ci abbiano raccontato con ogni mezzo e con ogni linguaggio quei fatti. Tra i documenti più recenti c’è il bellissimo “Limoni”, podcast a puntate della giornalista Annalisa Camilli su Internazionale, o la raccolta “Nessun rimorso – Genova 2001-2021” prodotta da Supporto Legale con, tra i tanti, Zerocalcare, Blu, Erri De Luca, Maicol e Mirco, Rita Petruccioli.
Un dovere abbiamo, noi quarantenni e cinquantenni che contiamo il tempo prima e dopo quei giorni del 2001: ricordare e raccontare sempre, anche se fa ancora tanto male. Lo dobbiamo a Carlo, e ai ragazzi e alle ragazze di Genova.











