A conclusione dei dodici anni di gestione del Teatro Massimo di Cagliari, la produzione Sardegna Teatro ha scelto di mettere in scena lo scorso 8 dicembre un’ultima rappresentazione del ‘Macbettu’, della compagnia Teatropersona, con regia, scenografia, costumi e luci di Alessandro Serra.
Se il titolo non fosse sufficientemente evocativo del forte richiamo all’isola, le musiche composte da Marcellino Garau sulle pietre sonore di Pinuccio Sciola affermano in maniera definitiva come un legame tra la nota opera di William Shakespeare e la Sardegna sia possibile, e il risultato è sorprendente.
Non è stata una novità considerate le oltre trecentocinquanta repliche, gli innumerevoli premi e riconoscimenti e le rappresentazioni in tutto il mondo, ma, come svela la reazione del pubblico, ogni messa in scena è una storia a sé stante.
Nata da una riscrittura del Macbeth in sardo barbaricino, quest’opera, portata in scena per la prima volta proprio al Teatro Massimo di Cagliari nel settembre 2017, cattura immediatamente l’attenzione, che non viene meno nel corso dei circa novanta minuti di recitazione intensa e partecipata che regala contrasti tra risate scroscianti e silenzi profondi.
Il cast, totalmente maschile nell’intento di rispettare la tradizione del teatro elisabettiano, è composto da Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Alessandro Burzotta, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino, avvicendati in più ruoli.
Il drammaturgo Serra, nella sapiente scelta di luci, e conseguenti ombre, con la perfetta geometria degli scenari austeri ma pregnanti la scena, offre al pubblico, affezionato o in tremendo ritardo nell’approcciarsi a un’opera così nota, uno spettacolo innovativo nella sua tradizionalità.
Viene spontaneo domandarsi quale interpretazione lo spettatore d’oltreoceano possa aver attribuito al pane carasau sbriciolato sul tavolo, o alla mimica assunta dagli attori nell’atto di cavalcare un immaginario destriero, sfumando poi in un accenno di ballu tundu con una naturalezza che rende fluida la fusione delle due attività così diverse.

I sovratitoli in italiano, con traduzione in sardo a cura di Giovanni Carroni, inizialmente paiono indispensabili, per poi essere progressivamente sempre più abbandonati nell’intento di carpire la vera essenza data dall’immersione nella lingua sarda che attribuisce, a chi ha la fortuna di comprenderla, un significato ulteriore e una partecipazione maggiore, in piena sintonia con l’adattamento dei costumi e delle ambientazioni.
Lo spazio scenico è interamente sfruttato, coinvolgendo con estrema suggestione il pubblico in alcune scene che arrivano a pochissima distanza dalla platea, causando espressioni manifeste di fascino e partecipazione delle prime file.
Punto di forza le Sorelle Fatali, reinterpretate come caratteristiche donnine della tradizione sarda, dotate di peculiarità e simpatia costanti, il cui adattamento ha talmente caratterizzato l’opera da essere spunto per la proposta della creazione di uno spin off basato unicamente sui questi personaggi, come ci ha svelato l’attore Stefano Mereu.
Nel discorso di commiato il cast saluta il pubblico cagliaritano prima di riprendere il viaggio con Macbettu: gli attori richiamano con orgoglio l’idea di riuscire a portare anche nei teatri più remoti elementi caratteristici di una tradizione senza svenderli. Immancabile poi sottolineare l’uso della lingua sarda, non un dialetto, che rende ancora più significativo uno degli obiettivi di Macbettu: la lingua, come l’arte, può essere prezioso veicolo di cultura e identità.










