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Truffatrici o maghe? La ricercatrice Alessandra Derriu racconta in un libro il mega processo alle ‘streghe’ sassaresi del 1914

Di Natascia Talloru
05/07/2025
in Cultura, Libri, Storia
Tempo di lettura: 5 minuti
Truffatrici o maghe? La ricercatrice Alessandra Derriu racconta in un libro il mega processo alle ‘streghe’ sassaresi del 1914

Un resoconto storico e documentale. Un processo per truffa aggravata che in Sardegna coinvolse sei donne tra il 1913 e il 1915. Un fatto realmente accaduto che emerge dalle carte conservate nell’Archivio di  Stato di Sassari: credenze e riti antichi, ci riportano indietro nel tempo tra devozione, magia e superstizione. Sei donne incriminate per magia bianca e per ‘lucrosa agenzia di superstizione truffaldina’ in un sincretismo fra credenze pagane e orazioni rivolte ai Santi e alle anime del Purgatorio.

Questo e molto altro è raccolto all’interno del libro “Magia in Sardegna, Storie tra ‘800 e ‘900” edito da Nemapress Edizioni – dove l’autrice Alessandra Derriu – attraverso la documentazione d’archivio, mette in evidenza la vicenda del mega-processo rivolto alle ‘streghe’ ambientato nella Sardegna dei primi anni del secolo scorso, analizzando i fatti e le persone coinvolte. L’autrice arricchisce la storia, approfondendola con la spiegazione di rituali, oggetti e formule usate dalle ‘maghe’ del tempo nei capitoli dedicati alle guaritrici: preghiere e cure, levatrici e infanticidi, indovine e tesori, involti e libri proibiti.

Il 30 aprile del 1914 sei donne che vivevano a Sassari ma che provenivano dai paesi di Terralba, Bessude, Banari e Ozieri vennero condannate, a seguito di un annoso processo, per aver estorto denaro a un popolo ‘primitivo’, privo di cultura e facilmente circuibile che si recava da loro per ottenere guarigioni e buona sorte, ritenendole capaci di entrare in contatto, come medium, con il mondo degli spiriti.

La vicenda giudiziaria si svolse presso il Tribunale di Sassari, la Corte d’Appello di Cagliari e la Corte di Cassazione di Roma.

Tra le donne protagoniste del processo Rosa Aru, Maria Ignazia Chessa, Teresa Pinna, Marianna Porcheddu e Agostina Saba, sarde, domiciliate a Sassari,  di età compresa fra i trentotto e i sessanta anni. Solo una di loro era in grado di leggere e scrivere.

Siamo agli inizi del Novecento, un mondo duro e dalle leggi imprevedibili dove si vive o si muore senza il ricorso alla medicina e in cui non si formulano diagnosi certe; tempi in cui anche una tempesta poteva distruggere il raccolto e sterminare intere famiglie.

In questo mondo l’unica forza è nella fede che offre la possibilità di mutare il corso degli eventi rivolgendosi a delle figure, donne devote o ‘streghe’, che tali eventi li determinano attraverso l’auto-proclamazione di spiriti della natura e di defunti e che, tramite preghiere, sacrifici e rituali, possono diventare favorevoli e benevoli.

(Alessandra Derriu, foto di Fabio Sanna Studio5)

“Il processo delle ‘streghe’  – afferma l’autrice – è il titolo di un articolo del giornale ‘Libertà’ del 3 maggio 1914, nel quale vi era scritto: ‘Rosa Aru e socie della lucrosa agenzia di superstizione truffaldina, sono state condannate!’

L’articolo fa riferimento alla condanna del 30 aprile 1914 di sei donne processate penalmente per il reato di truffa aggravata, secondo l’articolo 413 del codice penale.

Vi era un tempo nel quale gli uomini credevano all’esistenza degli spiriti che attraversavano montagne e cieli e che avevano il potere di entrare nel corpo umano per scatenare o guarire malattie, attraverso medium, persone che gli permettevano di arrivare ai vivi. Le accusate si dichiararono donne devote e credenti, ammetterono di aver proposto e messo in pratica medicamenti e cure per i malati e di essere state in comunicazione con il mondo degli spiriti; ammetterono anche di aver usato orazioni e preghiere, di aver composto involti protettivi, pozioni e lozioni e di essere delle medium: dei mezzi, solo questo.

Le ‘streghe’ che agirono a Sassari nel primo decennio del ’900 erano nate e cresciute nel 1800, eredi della cultura dell’epoca, una cultura popolare che non era scomparsa, si era solo modificata e adattata: ciò che anticamente veniva definita magia, poi era stata perseguita come stregoneria; attualmente la chiamano truffa”.

Fatti a cui l’autrice dà voce che si presentano dunque sin dal principio come storie di confine, poste a cavallo tra due secoli, tra due mondi, tra due visioni della donna: quella antica di maga e poi strega e quella moderna di truffatrice ed imbrogliona.

Le pratiche e le credenze di queste donne ‘truffatrici’ sono le stesse delle loro madri, nonne, bisnonne e delle loro antenate ‘streghe’ e sono anche le pratiche e le credenze delle persone che si rivolgono a loro, che ne chiedono i servigi e che poi le denunciano. Le motivazioni sono le medesime di secoli fa: paura, miseria, povertà, malattia, disagio, desiderio di ricchezza, fortuna e amore.

Le persone che si rivolgono a loro sono numerose, la fama delle curatrici è grande, proporzionale poi alla pesantezza delle accuse. Tanto ricercate quanto poi odiate. Il mondo di allora era un tempo di mezzo, a cavallo tra le epoche storiche e la modernità, tra il buio e la luce, tra antiche credenze, superstizioni, tradizioni, saperi che andavano sostituendosi alla scienza e al progresso. Nel ‘900 giunge un mondo che è cresciuto al buio: al buio donne e uomini hanno fatto i conti con ciò che non si poteva vedere ma che si sentiva e si percepiva; avevano imparato ad affrontarlo, a capirlo o meglio ad interpretarlo e dargli un senso. Era il buio della scienza e della medicina, il buio dell’ignoranza, della povertà e, a volte, della ragione.

Era silenzio, fatto di suoni lievi e sopiti, che verrà poi invaso dal suono delle macchine, della velocità e dei motori. Nel silenzio c’era ancora modo di ascoltare ciò che oggi appena si percepisce e di sentire una spiritualità dimenticata, legata alla natura e al nostro passato.

Lo scopo dell’autrice non è giudicare: – “Non è possibile giudicare quel mondo con le nostre idee e vederlo con i nostri occhi, non sarebbe corretto, è possibile ricostruirlo, tentare di comprenderlo, farne esperienza, conoscenza e insegnamento per il futuro. Ricostruire questa storia che è frutto della nostra storia ed è fatta di credenze antiche e tradizioni, e capire cosa resta e cosa si trasforma nel tempo. Questo processo è una conferma non di innocenza o di colpevolezza ma una prova di passaggio, di continuità, di trasmissione di saperi da una generazione all’altra; accanto alla modernità che avanza, alla luce della scienza, del concreto e del tangibile, di ciò che si può toccare con mano, resta l’inspiegabile. Resta il potere della mente, della preghiera, del conforto, ed è salvifico. Non sempre lo è, a volte sì e a volte no. Non tutto purtroppo si riusciva a salvare perché era destino che le cose andassero in un certo modo”

In copertina opera di Giuseppe Biasi

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