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Trapassati dal futuro

Di Antonio Pintus
25/05/2024
in Divagare
Tempo di lettura: 4 minuti

I figli e le figlie degli operai figli di minatori.

I figli dei minatori e degli operai figli degli operai.

Cresciuti tra certezze leggere, presente e fatalismo. Speranza e ottimismo. E lavoro. Fatica. Inseguire il lavoro. Lasciarsi mordere dalla politica, dagli interessi, dalla vita. Migliaia e migliaia di vite, passate, parallele o convergenti. Interi paesi in competizione: gli uni a sperare nel Maestrale, gli altri nello Scirocco, o nel Levante. Vento a spazzare via fumi giallastri e ad allontanare quella puzza nell’aria, portatrice di “quella malattia”.

“Quella malattia”, sì, perché da queste parti non si ha il coraggio di chiamare il cancro con il suo nome. Forse per scaramanzia, forse in segno di rispetto, come se quella patologia fosse un’entità senziente e affamata, in ascolto, armata di mantello, come la Morte stessa.

I figli degli operai.

E, ancor prima, le figlie e i figli dei minatori.

Siam cresciuti così – continuò a dire Fernando quella sera, seduto al bar all’aperto, sotto un cielo rosso di paese, rosso come quei fanghi velenosi non troppo lontani – siam cresciuti tutti così, tra due visioni di futuro, tra genitori che pregavano per la tenuta di un sistema da perpetuare, a dare lavoro e altri genitori a cercare di allontanare i figli da questa realtà: “studia, studia mi raccomando, perché io, lì dentro alla fabbrica, non ti ci vorrei mai vedere.”

Eppure è questo polo industriale che ci ha permesso di studiare o di lavorare e di mangiare, soprattutto – disse Giulio, pacato e invecchiato, tra un vociare d’approvazione da parte di altri amici presenti, tra i quali Francesco e Michele e Pietro.

Un ricatto sociale – rilanciò Fernando – si è sempre applicato un cinico ricatto sociale, in questa terra. Distruzione e silenzio in cambio di lavoro. Guardate oggi a cosa si è ridotto questo territorio: un deserto color macchia di ruggine, non bonificabile, insanabile, immenso, abbandonato. Una spianata fatta d’errori, di veleni e di scorie, in attesa di riversarsi in mare. Una terra buona solo per le proteste. Quello che tutto appariva progresso e benessere, per decenni e decenni ancora, si è prima tradotto in un rumore di decine di caschi da operaio, bianchi e gialli, battuti per terra, un suono ingombrante cibo per alimentare tribune politiche in televisione e marce e voti e inganni di riscatto, per poi tramutarsi, infine, in una sterile idea e fotogenica tabula rasa post-industriale. Una “Indastria”, come altre, forse come nessuna.

Anna – un poco in disparte – annuì. Si sa che le donne vedono sempre un poco più avanti.

La discussione calma, anche se intensa, continuò ancora per un poco; ma si sa che l’inizio dell’estate porta buonumore e con esso un divagare d’argomenti. Poter vivere in paese, tra gli amici di un tempo, era sempre una bella occasione. E i colori, quei colori di mare d’occidente dai riflessi rosa e di fuoco era giusto goderseli, lasciandosi un poco andare, ammorbidendo le spalle e con esse i discorsi.

Le risate non tradirono la sera, compari gli scherzi e gli abbracci e le sfide tra amici, insieme a tutti i ricordi, ancora una volta snocciolati. Ricordi che sapevano di scuola, di adolescenza, di voci di nonne e di madri. Odoravano di case, di pane con pomodoro e cipolla e affetto, di vigne e di vendemmie, di vino rosso ad ottobre, di turni di lavoro e di pallone, di campetti da calcio improvvisati, di polvere, di amori e di spiagge ad agosto, in quelle estati da girovagare, che sembravano non voler mai finire.

Tutti quei ricordi anticiparono la notte, una bella notte di fratellanza, di antica complicità e di calore umano. Profumava di salvezza.

Fernando morì non molto tempo dopo, a 55 anni, di “quella malattia”. Spolpato in soli quattro mesi. Difficile dire perché. Arduo stabilire se ci fosse un nesso tra la malattia feroce e quei luoghi e quelle attività.

Al suo funerale gli amici piansero tanto ma con discrezione, era una qualità diffusa. Una modesta folla presenziò in silenzio, a testa bassa. Verso la fine, dentro a quel cimitero dalle mura sempre bianchissime, tra lacrime di sale e saluti, si diffusero sorrisi appena abbozzati, e abbracci rassegnati e delicati che parvero quasi degli amuleti, a proteggere o a voler esorcizzare la realtà delle cose, ancora una volta.

Una realtà distratta e non troppo rara, tra quelle figlie e quei figli degli operai.

Figli e figlie degli operai.

In quella terra di operaie. E di operai.

Il fascino ingombrante dell’obsolescenza delle cose: un’auto, un cartellone pubblicitario, un radar, una struttura militare, una casa, un palazzo, un polo industriale; sino a comprendere il valore immateriale delle idee, dei concetti, dei sogni. L’obsolescenza è inarrestabile, nonostante i cicli estetici decennali, le mode, le rivisitazioni, tanto amate quanto, talvolta, forzate. In una porzione di terra come questa, dove l’obsolescenza appare talvolta accelerata, si mantiene politicamente il fascino di un’idea industriale-mineraria che tarda ad essere smaltita definitivamente, spesso ritenendola – ahimè – ancora non sufficientemente obsoleta.

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