Ci sono film che non sono solo film. Ci sono film che aiutano a capire la società e le persone senza didascalie, senza fiocchi, senza ostentati richiami al neorealismo e soprattutto senza imbeccare lo spettatore imponendo un giudizio. Ci sono film normali che mostrano la banalità del male. La facilità di una realtà terribile sotto gli occhi di tutti eppure inevitabile e isolante. Ci sono film come ‘Tensione superficiale’, opera prima di Giovanni Aloi.
Uscito il 18 febbraio 2021 sulle piattaforme Chili, Rakuten TV e #IORESTOINSALA, distribuito da Ombre Rosse in collaborazione con No.Mad Entertainment, ‘Tensione superficiale’ si avvale della sceneggiatura dal regista con Heidrun Schleef e Nicolò Galbiati e interpretata da Cristiana Dell’Anna (conosciuta al grande pubblico per ‘Un posto al sole’ e ‘Gomorra – La serie’), Francesca Sanapo, Benno Steinegger, Philipp Peter Heidegger, Hannes Perkmann, Katja Lechtaler, Katia Fellin, Celine Stampfer e Leo Seppi.
Il film è prodotto da Ombre Rosse Film Production, società cagliaritana di Luca Cabrioli e Andrea Di Blasio, in associazione con Blue Film, in collaborazione con Rai Cinema, con il contributo del MiBACT, il sostegno di SIAE e il supporto di IDM Alto Adige. Una parte delle riprese è stata realizzata in Alto Adige, in location quali Bolzano, Merano, Malles Venosta e Curon Venosta.
L’idea nasce da un’intervista letta dal regista ad una ragazza che ogni giorno varcava il confine italiano per prostituirsi in Austria all’insaputa di tutti. Il tema gli ha permesso di creare un’opera delicata, intima e allo stesso tempo disturbante. Nasce così il personaggio di Michela, che vive nel disinteresse del padre di suo figlio che la ha lasciata per un’altra ma occasionalmente approfitta di lei e gli umori del suo datore di lavoro che la tiene nel precariato e ne abusa ricattandola.
L’unica mano tesa Michela la riceve da Anna, una escort che la avvicina al mondo apparentemente controllato dalle donne fornendole una via di fuga. Lo fa con delle remore, le chiede se è sicura, e ancora dopo quando l’urgenza di mantenere un figlio la costringe ad accettare continuerà a chiederle “sei certa di voler continuare”.
Questo è tra i pochi gesti di rispetto che Michela conosce, gli sguardi di altre donne che non sono solidali, ma consapevoli e che cercano, se devono per forza essere uno strumento, di farlo giocando con regole loro o almeno trarne un guadagno.
Non c’è una morale, niente è buono o cattivo, nulla corretto o sbagliato, c’è spazio solo per la realtà.
Emerge il mondo dei lavori sfruttati, del precariato, della piaga della disoccupazione. Emerge la meschinità degli uomini, carnefici ma allo stesso tempo vittime di se stessi e incapaci di stare al mondo che mostrano tutta la loro debolezza con sotterfugi, ricatti, e richieste di perdono.
E c’è la comunità che tutto accetta purché non si sappia, purché le apparenze siano salve.
Per Michela passare il tunnel che la porta in Austria sarà simbolico, paradossalmente un momento di consapevolezza importante per lei, che in apparenza le infonde sicurezza e amor proprio per la prima volta in tutta la pellicola.
La semplicità con cui questo avviene è agghiacciante, i principi si scontrano con le necessità e in una disillusione personale profonda, in una monocromatica monotonia di prospettive, il passaggio del tunnel avviene.
In tutto questo i figli della comunità cercano di inventarsi una chance e di crescere come possono sballottati tra gli errori e le ipocrisie di genitori poco accorti, combattendo la loro battaglia con l’adolescenza.
Il finale non ve lo sveliamo, naturalmente, ma ancora una volta fa ricorso a due immagini simboliche, di cui la prima è solo elegantemente sottintesa e che sembra mostrare la via per un’altra vita ancora, tutta da reinventare.





















