“Il dolore è un corso di recitazione. Impari a fingere con tutti. Esci, parli, sorridi, ti mischi agli altri, rassicuri, assicuri di farcela, che tieni botta. Dentro hai l’inferno che brucia e scava. Fuori ti atteggi a normale”.
Come si fa a raccontare un dolore che annienta come quello del suicidio della persona amata? Lo ha fatto Matteo B. Bianchi nel suo ultimo libro “La vita di chi resta”, pubblicato lo scorso gennaio da Mondadori, con una scrittura a metà tra il memoir e il romanzo, capace di scavare a fondo in questa tragica esperienza con tono solo apparentemente leggero.
Matteo B. Bianchi ha presentato il suo libro a Sassari, lo scorso 23 novembre, nel corso di due eventi organizzati in appendice ai festival Liquida e Fino a Leggermi Matto, in collaborazione con il Dipartimento di Storia, Scienze dell’uomo e della formazione dell’università di Sassari, l’associazione Costituente per Sassari e la libreria Koinè Ubik di Sassari; venerdì era a Cagliari ospite del festival Pazza Idea organizzato da Luna Scarlatta.
Il libro
Nell’autunno del 1998 Matteo riceve una telefonata da S., suo compagno e convivente da oltre sette anni. “Quando torni non ci sarò già più”, le sue ultime parole, interpretate da Matteo come una comunicazione legata alla fine della loro relazione, la liberazione della casa dalle sue cose, le ultime scatole da portare via. Ad attenderlo a casa di Matteo, invece, il corpo senza vita di S. e l’inizio di una discesa verso la profondità del dolore più straziante. Quello fatto di domande, sensi di colpa, rabbia, impotenza.
Ci sono voluti oltre vent’anni da quel giorno perchè lo scrittore e l’uomo Matteo B. Bianchi riuscissero a trovare la giusta distanza per raccontare un percorso di rielaborazione e accettazione. “La vita di chi resta”, è un racconto fatto di frammenti, tracce, in cui si incrociano la dimensione personale e quella collettiva di chi sopravvive a un evento tra i più drammatici. E’ il racconto di un sopravvissuto, perché “survivors”, appunto sopravvissuti, vengono definiti coloro che affrontano il suicidio di una persona cara. Ed è a loro che Matteo dedica il libro. Il titolo originale doveva essere “Il dolore di chi resta”, ma all’ultimo l’autore ha deciso di sostituire la parola “dolore” con “vita”, a significare la possibilità di rinascita, l’apertura verso un orizzonte.
Lo abbiamo incontrato per fargli alcune domande.
Hai scritto un libro che colma un vuoto, scegliendo di fare della scrittura uno strumento di condivisione del dolore. Per farlo, però, ci hai messo oltre vent’anni. Quando hai capito che la distanza da quanto accaduto era quella giusta per poter dare forma scritta a ciò che hai vissuto? Ho aspettato circa 22 anni prima di scrivere la prima riga di questo libro ma ci ho pensato per tutto questo tempo. In verità da un lato speravo che in tutto questo periodo uscissero altri libri che toccassero il tema dei sopravvissuti, delle persone che sopravvivono al suicidio di una persona cara. Ho aspettato tanto perché mi chiedevo anche come avrei potuto raccontare un momento così doloroso, un’esperienza così tremenda senza cadere nel morboso, nel patetico, nella pornografia del dolore. Ho dovuto prima affrontarla personalmente e poi avere la distanza emotiva e anche forse la capacità come scrittore, la maturità come scrittore, di prendere questa esperienza e trasformarla in un romanzo. Tutto questo tempo è servito a maturare, credo, entrambe le cose.
Tu non sei nuovo alla scrittura autobiografica ma qui metti a nudo uno degli aspetti più difficili e profondi che si possano condividere, quello del suicidio. Non hai mai pensato di farlo attraverso l’espediente del racconto di finzione? Ho scritto diversi libri autobiografici e in tutti mi sono messo in gioco in prima persona. In questo, in particolare, non ho mai neanche per un secondo pensato di usare l’artificio di trasformarlo in un romanzo di finzione, mettendo una terza persona o inventandomi un personaggio, perché per me l’aspetto più importante era parlare alle persone che hanno vissuto personalmente un dolore così forte come può essere quale suicidio o quello di altri lutti molto gravi nella propria famiglia nelle le persone amate. Per me era fondamentale che si percepisse la mia onestà, il fatto che io ero sincero, che tutto quello che stavo raccontando l’avevo provato direttamente. Volevo dare proprio la sensazione al lettore che non fosse solo e che certe esperienze, per quanto tremende, le avessi vissute anch’io e in questo eravamo uniti, eravamo come una specie di comunità. Una comunità di cui nessuno parla, a cui nessuno dà voce. Io ho deciso che era il momento di dargli una voce e volevo che questa voce fosse più sincera possibile.
Nel libro scrivi: “Cerco conforto nella letteratura. La mia ancora di salvezza nel mondo. Guardo in libreria, cerco in biblioteca. Non c’è molto sul tema del suicidio. […] Perché nessuno se ne occupa? Perché ignorano il dolore di chi resta?”. Benché film, canzoni e romanzi contengano moltissimi riferimenti all’esperienza del suicidio, pochissimi o quasi nessuno affrontano il dolore e la vita di chi resta. Secondo te come mai? Perché – come dicevo prima – immagino che sia una delle cose più difficili, oltre che da vivere, anche da raccontare. Il dolore che vivono i sopravvissuti a un suicidio, i familiari, è un dolore estremamente complesso perché fatto di sensi di colpa, di ripensamenti, di rimpianti, di rabbia, di odio, di amore, di disperazione. Tutti sentimenti che uno prova contemporaneamente e tutti in contrasto fra loro. E’ una sensazione intanto molto simile alla follia e poi così complicata da rendere, da raccontare, che perfino le persone che hai intorno non riescono a capirla fino in fondo se non l’hanno vissuta. Quindi come scrittore era una sfida raccontare un tipo di sentimenti simili. Il tema già di per sé è difficile perché il suicidio non viene mai trattato in modo diretto nella nostra società. Non se ne parla in TV, non esistono dibattiti, non esistono show, niente che affronti questo tema. I giornali non le parlano perché dicono di temere l’effetto emulazione e quindi c’è un silenzio pressoché totale che rende ancora più difficile parlarne e scriverne.
A un certo punto fai riferimento al fatto che poco dopo l’accaduto, mentre tutti ti chiamavano per chiederti “Com’è successo?”, un tuo amico scrittore ti avesse chiesto: “Stai prendendo appunti?”. Perchè era evidente che lo scrittore dovesse cogliere il senso di quella esperienza e farne parola scritta e tra scrittori vi foste intesi. Giusto? Io credo che la differenza tra uno scrittore e chi non è uno scrittore è proprio il fatto che lo scrittore analizza e vive le proprie esperienze per poi trasformarle in scrittura. Questo può significare, come nel mio caso, una scrittura diretta, autobiografica, in altri può voler dire trasforma le proprie esperienze e le adatta ai propri personaggi inventati in qualche modo, distribuendo la propria esperienza in quella dei suoi personaggi. In ogni caso è una caratteristica tipica degli scrittori quella di cercare un senso, cercare delle storie che abbiano un inizio uno sviluppo e una fine, nelle esperienza che stanno vivendo o che vivono le persone attorno a loro. Quando quello scrittore mi ha detto questa frase io ho capito immediatamente che cosa volesse dire. Anche se in quel momento ero distrutto dal dolore, non ero in grado neanche di capire cosa avrei potuto fare, cosa avrei potuto mangiare in quei giorni lì, in qualche modo dentro di me sapevo che primo poi avrei dovuto scrivere di questo, perché inevitabilmente questo fa uno scrittore.
Qual è stata la paura più grande il giorno in cui hai visto che il libro era stato pubblicato e sono iniziate le presentazioni? La mia la mia paura più grande stava nel fatto che io non sapevo se sarei stato in grado emotivamente di affrontare le presentazioni in pubblico, di parlare in pubblico di un tema così delicato, di quello che è stato il momento più doloroso è la mia vita, l’esperienza che in qualche modo ha tagliato la mia vita metà. Mi chiedevo se sarei stato in grado di fare l’incontri senza scoppiare a piangere, mi chiedevo se sarei stato in grado di affrontare le persone che sarebbero venuto a conoscermi, a parlarne, a raccontarmi o a scrivermi le loro esperienze. Invece devo dire che anche se i primi 2-3 incontri sono stati particolarmente difficili, dopo l’ondata di calore e di gratitudine che ho ricevuto dai lettori è stata veramente la spinta che mi ha permesso di affrontare con grande entusiasmo e serenità tutti gli incontri successivi.
“Questo non è un libro terapeutico. Non l’ho scritto per sentirmi meglio o per liberarmi, ma perché mi sentivo in dovere di farlo, anche per dare voce a chi ha vissuto un’esperienza simile alla mia. Perché nessuno ne parla”. Tu hai detto di aver scritto questo libro perché quando è successo a te avresti avuto bisogno di un libro così, oltre che di servizi e risposte. A quasi un anno dalla sua uscita che tipo di reazioni ha suscitato nel pubblico? Pensi che il tuo messaggio sia arrivato e possa aver prodotto qualche cambiamento? Sì come dicevo nella risposta precedente l’impatto che avuto sui lettori è stato enorme. Intanto è un libro che avuto un una diffusione molto più grande quello che mi aspettavo, ha avuto diverse ristampe è in corso di traduzione in 10 paesi nel mondo, quindi ha immediatamente ottenuto un’eco molto più grande di quanto io mi sarei mai sognato e poi, fin da subito, io ho ricevuto messaggi dai lettori che sono venuti a incontrarmi a decine nelle varie presentazioni e il più grande complimento per me e sentirmi dire che questo libro li ha aiutati, che questo libro per loro è stato come un abbraccio, come la stretta di mano di un amico, come il confidente che non hanno mai avuto. Hanno usato tante metafore per raccontare l’effetto che ha avuto questo libro su di loro. Più di una persona mi ha detto che questo libro le ha salvato letteralmente la vita, perché si trovavano in un tunnel nel quale non vedevano la luce e questo libro gli è sembrata la luce nel tunnel. Quindi devo dire che anche da questo punto di vista è andato ben al di là delle mie speranze e di questo sono veramente felice.










