Basta soffermarsi sul suo sguardo e sulle pause che fa tra una frase e l’altra per comprendere cosa per lui significa essere un poeta. “Nella scrittura deve esserci la vita. Senza la vita non c’è scrittura, tantomeno poesia”. E se di poesia di parla, Tomaso Tiddia 58 anni cagliaritano di professione libraio definisce immediatamente ciò che per lui rappresenta. “La poesia non è tale se troppo analitica. Deve contenere in sé gioia e dolore’’. Elementi, questi, che traspaiono pienamente dalla sua opera d’esordio intitolata ‘’L’azzurro e il rosso cielo’’ una raccolta di componimenti poetici – realizzati tra il 1986 e il 1992 – pubblicata alla fine di luglio dalla casa editrice Transeuropa nella Collana di poesia «Nuova Poetica 3.0». I versi che compongono le 70 pagine, contenenti al loro interno 61 poesie, sono frutto di un labor limae scrupoloso e affiorano le proprie radici nella consapevolezza che nulla può essere lasciato al caso. Intensità e profonda empatia sono gli elementi che caratterizzano la poetica di Tiddia che in ‘’Gigi ti disse’’ scrive: “Troppo comprendere è il male di uomini veri” mentre in ‘’Io non sono ottimo speleologo’’ dice: “I miei occhi sono adesso un riparo per il pianto degli specchi sotterranei”, mentre in ‘’Noi non veniamo dal silenzio’’ tocca uno dei punti di massimo lirismo con il verso: “I nostri piedi sono già la scrittura del tempo’’. E proprio il tempo è un elemento che ritorna nelle poesie di Tomaso Tiddia, così come il mare, il suo amore incondizionato per Cagliari e le dediche agli amici fraterni come Gigi Boassa, Francesco Fancello e molti altri. “Gigi Boassa era un sindacalista socialista, lo conobbi perché frequentava il ristorante di mio padre in via Grazia Deledda ovvero l’Ideal”, racconta Tomaso che poi aggiunge. “Ricordo ancora la sua emozione quando parlava di Giordano Bruno e Dante, Gigi era davvero un maestro e una persona coraggiosa: nei suoi confronti ho provato subito un sentimento filiale”.
Tomaso pesa le parole, sa bene quanto siano preziose e non le spreca di certo in commenti fini a se stessi. Beve un tè verde seduto in un bar di via Campania in una Cagliari ancora sonnecchiante, per poi spostarsi nel vicino parco di Monteclaro in una mattina soleggiata d’autunno che ha in sé qualcosa di primaverile. Porta una camicia in jeans, una giacca in velluto rigato fine color marrone bruciato, scarpe a punta marroni di tonalità più tenue. Il suo tono di voce segue perfettamente la cadenza pacata dei suoi passi. “Non è stato facile riprendere in mano queste poesie scritte tanto tempo fa ma non potevo non farlo, sarebbe stato un peccato”. Le sue letture sono variegate e abbracciano un ampio bacino di autori: si va da Umberto Saba a Dylan Thomas e Konstantinos Kavafis, senza dimenticare Lord Byron, Sergio Atzeni ma anche Jean-Claude Izzo ed Empedocle. Non solo letteratura: tra le sue passioni spiccano anche il cinema di Pasolini, Charlie Chaplin, Buster Keaton, Andrej Tarkovskij e la musica del compositore tedesco Johann Sebastian Bach oltre alle imprese a suon di scatti in salita di Marco Pantani. Ciò che balza subito all’occhio è il suo legame con Cagliari. “Il mio rapporto con Cagliari è un qualcosa di corporale, avendola percorsa in ogni suo anfratto. Cagliari ha un suono totalmente suo che riverbera dall’acqua che la circonda”. Un rapporto quello con Cagliari e il suo mare che rifugge dalle definizioni e dalle etichette. “Cagliari ci parla costantemente, in lei vedo tutti i colori del mondo”, conclude prima di dirigersi verso la propria auto. “Il mare per me è pensiero e sentimento che agisce su di noi. La vera bellezza di Cagliari si coglie nei suoi angoli dimenticati”. Tomaso si allontana, le macchine procedono spedite ognuna verso una destinazione differente, gli studenti scendono dai bus e il loro vociare si fa vivace e concitato. Le nubi si fanno da parte e lasciano posto a un sole che ricorda che la poesia si trova davvero nelle piccole cose.










