Lo avevo annunciato giorni fa, senza sapere esattamente a cosa sarei andato incontro e va bene così, è il fascino dell’ignoto che giustamente ha sempre circoscritto tutta l’opera di Kristin, non più aka Lingua Ignota, come una linea Cavandoli oscura che squarcia la superficie su cui il tratto si poggia e non la descrive solamente.
Succede di tutto nella vita e, ripeto, non è certo questo il luogo in cui discuterne, però l’accuratezza deve essere sempre nostra fedele amica e quindi d’ora in poi ci riferiremo a lei come giustamente vuole ovvero “Reverend Kristin Michael Hayter”, facciamo RKHT però, solo per maggior scorrevolezza.
Fatte le debite introduzioni sono arrivato al primo ascolto di quest’opera con l’ansia di chi aveva paura di essere deluso, dalle aspettative del futuro, da quelle del passato, da quelle di voler trascorrere il proprio tempo senza gettarlo alle ortiche ascoltando un passo falso di una artista che ormai seguo dagli inizi e che ho avuto anche l’onore di poter vedere live a pochissimi metri di distanza – un privilegio visto l’annullamento di tutte le sue date successive per motivi personali.
In definitiva mi sono trovato al cospetto di una meravigliosa opera monumentale orrorifica e carnale in cui l’urgenza del dolore si materializza e colpisce allo stomaco dai primi secondi, dà la nausea, provoca pianto e chiede a volte delle pause. All’inizio sembra di trovarsi di fronte ad un carillon del dolore quasi ripreso da vecchi ascolti degli Ordo Rosario ma senza l’ironia BDSM e solo l’ SM, che potrebbe essere finalmente una salvezza ancora mancante ma di sicuro (si spera) prossima oppure una pia illusione tradotta in via crucis e in attesa solo di un tranello, ma sta di fatto che mentre tutto il disco si muove attorno a coordinate cha vanno dal blues al gospel, come da pura tradizione americana, ci si senta però coperti da un alone di tenebre simile ad una manta che passa ed oscura tutta la popolazione subacquea o più precisamente da una nebbia oscura che ci attraversa anche se fuori c’è il sole. Siamo quasi spettatori passivi di un esorcismo.
L’album che dovremmo ascoltare tutto di un fiato ma che semplicemente non è possibile, soprattutto quando si arriva a “scavallare” verso ‘The Poor Wayfaring Stranger’ dove, lo ammetto, ho spesso dovuto prendere una pausa, per poi rimanere quasi atterrito dalla successiva ‘Nothing But The Blood Of Jesus’, una ballad quasi (mi viene da ridere a scriverlo) allegra che lascia presagire ad ogni secondo un risvolto diabolico.
Pausa meritata per riprendere poi con alcune rimembranze di Caligula in ‘I Know His Blood Can make Me Whole’, con il suo maledetto colpo finale e la litania di chiusura di ‘How Can I Keep From Singing’ dove è una serena e dolce voce principale a far da padrona ma che copre parzialmente il dolore che lentamente emerge sottoforma di grida, urla e, forse, anatemi, ben tradotti tecnicamente da destrutturazioni low fi, scricchiolii, rumori di fondo quasi da musicassetta.
Difficilmente un’opera, che in realtà non è altro che una confessione dell’anima, più che una sparuta successione di tracce, ha mai prodotto risvolti emotivi così forti, tanto da sentirmi di affermare che ci sono dei limiti che possono essere superati e devono esserlo ma al patto soltanto di sapere come reagire o almeno assorbire il colpo.
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