Ci sono rischi che vale la pena di correre in modo calcolato, come quello di affrontare il tema della disabilità in un film attraverso il registro della commedia, ma per farlo utilizzare una sceneggiatura vincente e già gradita al pubblico. Un po’ come lanciarsi da un’alta quota ma con un paracadute pronto ad aprirsi.
E’ quello che ha fatto Riccardo Milani, regista e sceneggiatore formatosi alla scuola di Monicelli, Luchetti e Moretti, amato dal grande pubblico per le sue storie di personaggi sempre un po’ sopra le righe, specchio di un’Italia che cerca in qualche modo il lato migliore di se stessa.
Il lancio col paracadute Milani – nei giorni scorsi a Cagliari alla Manifattura per la rassegna ‘Nottetempo 30’ del Cinema Odissea – lo ha fatto dirigendo il remake della fortunata pellicola francese ‘Tutti in piedi’, uscito a marzo nelle sale italiane con il titolo ‘Corro da te’, ora in programmazione sulle principali piattaforme di streaming. Una commedia romantica interpretata da Pierfrancesco Favino nei panni di Gianni, dongiovanni senza scrupoli che per scommessa finge di essere in carrozzina per conquistare Chiara, donna con disabilità dal volto etereo di Miriam Leone, dalla quale sarà a sua volta conquistato. Nel cast oltre a Piefranceso Favino e Miriam Leone una serie di comprimari di lusso, da Piera Degli Esposti, nel suo ultimo ruolo prima della sua scomparsa, a Michele Placido, Pietro Sermonti, Pilar Fogliati e una strepitosa Vanessa Scalera.
Una storia, per come è stata scritta e realizzata, che ricorda molto una Pretty Woman a quattro ruote, in cui è la favola a prevalere pur ancorata ad una realtà fatta di cinismo e politicamente scorretto. Una favola nella quale alla fine “lui salva lei” – per citare le battute finali della celebre pellicola hollywoodiana – ma anche “lei salva lui”. Ed è facile pensare che in qualche modo, per una volta, sia proprio la protagonista in carrozzina ad essere invidiata per aver fatto capitolare un uomo irraggiungibile. Un film onesto che non pretende di insegnare niente se non mostrando la realtà per come è, coi suoi limiti e con le paure di ciò che non si conosce.

Riccardo Milani è un regista sincero, come i suoi personaggi che non hanno velleità di apparire diversi da come sono nelle loro umane debolezze. Viene quindi difficile, dopo aver visto ‘Corro da te’, chiedere di più ad un film nato per piacere al grande pubblico, un film con il paracadute, potremmo dire. In Italia siamo abituati ad andare per approssimazione e quindi anche in questo caso forse bisogna accontentarsi del fatto che si parli di disabilità e che ci sia una sedia a rotelle nella locandina, una bella donna disabile che fa innamorare un uomo impossibile, disposto per lei a fare una giravolta sentimentale e di pensiero.
Resta il dubbio se film come questo realmente aiutino il grande pubblico ad accostarsi al tema in modo lieve e ironico, portandolo a mettersi in discussione oppure se, raccontando una realtà in qualche modo edulcorata, contribuiscano al permanere di un certo tipo di visione un po’ stereotipata della disabilità.
Ma a dirla tutta, di fronte al sorriso beffardo di Favino e agli occhi grandi di Miriam Leone, con tanto di happy end, anche chi scrive ha sentito il bisogno di deporre l’ascia dei principi e dell’attivismo della disabilità per lasciarsi conquistare da questa favola romantica dal sapore ironico, di cui negli ultimi tre anni si sentiva forse il bisogno.
Abbiamo avuto il piacere di parlare del film con Milani, durante una chiacchierata nella quale ha risposto con generosità alle nostre domande.
Come è nata l’idea del remake del film? Da tempo cercavo un pretesto, come spesso mi capita, su temi che normalmente non si trattano col registro della commedia, di solito considerati drammatici e di cui è difficile poter ridere. In questo Paese fare un film sulla disabilità non è frequente, c’è il timore che il pubblico non lo accolga in maniera aperta e favorevole. Invece era una cosa su cui scommettere, cercare di rendere popolare un film che apparentemente tiene il pubblico lontano. Perché anche solo vedere la sedia a rotelle – e noi l’abbiamo messa nel manifesto – può essere un rischio e questo è stato il punto di partenza. Dopodiché abbiamo iniziato ad adattarlo al nostro Paese, alla nostra cultura, alla nostra idea sociale della disabilità. Ci siamo messi in testa di farlo e lo abbiamo fatto. Ho cercato due attori che fossero bravi e partecipi dell’operazione, che avessero la loro popolarità e un loro canale preferenziale nei confronti del pubblico, di cui il pubblico si fidasse.
Direi che ne è venuto fuori un film da botteghino. Questo era voluto? Era quello che cercavamo, uno spazio di fiducia del pubblico. Questa è stata la vera scommessa del film, avere un pubblico largo. È stato girato poco prima della pandemia, sono passati tre anni e l’ho voluto fortemente in sala perchè credo nella funzione sociale della sala. Il film è uscito al cinema a marzo, è andato bene, poi è andato in piattaforma ed è stato il più visto su Sky della stagione 2022.
La disabilità però non è il tema principale del film, forse è un espediente per raccontare storie di esseri umani? Questo è vero e cerco di farlo sempre nei miei film, per parlare di umanità. A me piacciono molto le persone, anche quando danno il peggio di sé. Su questa strada Pierfrancesco è stato veramente apertissimo, abbiamo spinto sull’acceleratore, volevamo raccontare l’Italia peggiore, quindi lo abbiamo reso cattivo, cinico. Quando faccio i miei film c’è sempre l’attenzione al fatto che anche le persone peggiori abbiano però da qualche parte nell’anima un briciolo di umanità e di senso civico. Sono commedie disperate, si ride per la disperazione. Ci sono aspetti della vita di questo Paese – come questo – in cui le persone diventano veramente insopportabili, cattive, il senso della comunità si sbriciola un pezzo alla volta e questo mi sembra che stia accadendo. Siamo un Paese sempre sull’orlo dello scontro sociale, non disponibile alle regole, con una inciviltà galoppante. Ho scelto la disabilità come spunto per raccontare di persone che non sanno stare insieme, condizionate dalla cattiveria, dalla totale intolleranza umana e civile. Questo è l’aspetto sul quale tutti i film che faccio diventano uguali. Vengono fuori gli aspetti peggiori ma anche la speranza che da qualche parte ci sia la possibilità di fare un giro anche tortuoso, che porti a capire e ascoltare le ragioni dell’altro.
Il personaggio di Gianni è ben caratterizzato, l’apporto di Favino lo rende un cialtrone da manuale. Il personaggio di Chiara, invece, sembra quasi accennato in modo lieve, perché non ha osato di più? Beh, insomma, Chiara è una ragazza che sa fare tutto ed è esattamente quello che è stato scritto, preparato e girato con le associazioni (di persone con disabilità ndr) che hanno fornito la loro consulenza durante tutto il percorso, standoci sempre accanto. Soprattutto le ragazze ci hanno detto: “Fateci fiche, siamo belle. Raccontateci al meglio (pure troppo, aggiungerei… ndr), perché non dovremmo saperle fare queste cose? La nostra vita è una ricerca continua delle cose belle”. Miriam, durante le riprese, ha avuto accanto Giulia Capozzi, campionessa di tennis paralimpico che compare nel film insieme ad alcuni di loro ed è stato un film fatto con loro, non per loro. Ci hanno sempre chiesto di non essere politicamente corretti.
Come mai non ha chiesto ad una attrice meno bella, ma più carismatica? Doveva essere una attrice bella, brava e simpatica al pubblico. Inoltre quel personaggio lì – Gianni – cerca questo, cerca donne molto belle e affascinanti, però trova in Chiara una bellezza che lo colpisce quando la vede seduta in macchina, poi lui non è più convinto e da lì si sviluppa la storia. Ma soprattutto quello che deve arrivare arriva: il pubblico sta con loro.
Forse, quindi, il pregio del film è che in modo dolce e ironico fa arrivare al grande pubblico temi che altrimenti non arriverebbero? Questo è quello che volevo fare e se in qualche modo ci sono riuscito è confermato dal fatto che le reazioni sono state in gran parte belle e positive. Siamo contenti di come è andata, sono state dette delle cose che sono state recepite dal pubblico.










