
Joaquin Palacios, classe 1975, cantautore nato a Siviglia, si definisce come un postino che consegna musica lungo i percorsi della sua quotidianità. Il senso di questo gesto è molto legato all’immaginazione del tragitto e delle distanze che le sue canzoni, in questo modo, possono prendere. Succede anche a Cagliari, il CD (nella foto a destra) è stato lasciato sulla macchina di Laura di Tucci con un messaggio in spagnolo: “La musica ti cerca e vedrai che ti trova”.
Gli inizi
Palacios ha iniziato da ragazzo la sua lunga strada musicale, a 14 anni capisce che vuole fare il musicista. Già così giovane, per poter acquistare la sua prima chitarra lavora tutta l’estate, mettendo da parte i soldi che gli serviranno per l’agognato strumento. Palacios è una specie di artigiano musicale, in ogni aspetto, cioè costruisce tutto a piccoli e sudatissimi passi. Uno di questi è stato andare a vivere a Madrid per quattro anni, città che gli dava più opportunità anche per finanziare il disco di debutto, ‘Sentirse Azul‘. Le sue prime composizioni sono molto malinconiche e profonde, come se attingesse da un pozzo di emozioni dense. Poi si faranno via via sempre più luminose, ma mantenendo il carattere filosofico nei testi e in ciò che cerca di esprimere, soprattutto riguardo le relazioni tra esseri umani.

Voce e chitarra, ma non solo
In linea con l’analogicità del suo fare, e in contrasto con la fretta e il martellare delle condivisioni social, dei like e del numero di follower, Joaquin semplifica tutto con pochi suoni, principalmente la chitarra acustica e la sua voce. In uno dei suoi singoli che si chiama ‘Madrid‘, possiamo sentire in aggiunta solo qualche nota di pianoforte. Sembra che sia molto importante non soffocare il testo, ciò che è necessario lasciare in evidenza perché è con quello, soprattutto con le parole, che Palacios vuole prenderci. Cosa c’è di più analogico dell’ascolto delle parole di una canzone? Si cambia però registro con ‘Soy Capaz’ in cui la voce è sorretta da una solida sezione ritmica, chitarre distorte, pianoforte, fisarmonica. Ma sempre con adesione alla matrice di base, si sente che a guidare tutto c’è la voce e la chitarra acustica.
Un poeta controcorrente
In un mondo in cui correre e rincorrere sono diventati il leit motiv di molte vite, con la raccolta punti infinita il cui premio finale è un po’ di visibilità social, Palacios sembra andare proprio controcorrente. Chiaramente comincia a fare il giro del web il suo lavoro e soprattutto l’aspetto romantico del dono, ma è solo il riflesso involontario di una direzione che sembra essere molto rilassata, più di qualità che di quantità. La musica di Joaquin Palacios è melodica, canta in spagnolo ed è quindi legato alla sua lingua madre e la madre si sa quanto possa essere nutriente, quindi sembra non ci siano troppi sforzi da fare per arrivare alla gente. Ci penserà la forza delle parole e del suo stile lento.
Tra il primo e il secondo disco, che si intitola ìiMaquetando‘, passano nove anni, ed è un altro tratto che si aggiunge al sereno fare quando è possibile fare. In quei 9 anni Joaquin Palacios ha per lo più suonato dal vivo, mettendo da parte nuove risorse. L’ultimo disco conferma la sua direzione esistenziale che vuole esprimere, fatta di lentezza, emozioni, rapporti famigliari che a volte curano, altre traumatizzano.
Un messaggio giunge da artisti come Palacios: vale ancora la pena andare un po’ più piano, gustando la vita e trovando il tempo per ascoltare un cd, sceglierlo e comprarlo, e magari fermarsi a leggere i testi come se fossero le pagine di un piccolo libro.










