Sono storie di dolore, disperazione, sofferenza, ma anche di passione, ideali e amore quelli che Filippo Kalomenìdis affida alle pagine di “Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno”, scritto insieme al collettivo politico e artistico Eutopia per Edizioni D.E.A.
Il volume (si può acquistare qui) racconta la storia di cinquanta “morti di repressione, morti di sfruttamento, di schiavismo, di patriarcato, morti nello scontro armato con lo Stato”, come leggiamo nella prefazione di Silvia De Bernardinis, in 52 anni di storia italiana, dal 1969, anno in cui Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, muore scaraventato da una finestra della questura di Milano nel corso delle indagini attorno alla strage di Piazza Fontana, al 4 agosto 2021, quando l’operaia marocchina Laila viene uccisa da un macchinario in una azienda di Camposanto, in provincia di Modena. Cinquanta storie di donne, uomini e bambini vittime di sfruttamento, ingiustizia, soprusi, raccontate con linguaggi diversi, dalla poesia al racconto, in forma di memoria o di diario.

“Combattenti e ingovernabili, uccisi o costretti a morire, per aver valicato i confini segnati dal sistema capitalistico o dallo stato italiano – scrive l’autore. – Le vicende che narriamo sono esemplari per spingerci a ‘tornare umani’ e a capovolgere, partendo dalle azioni e dal pensiero eretico delle protagoniste e dei protagonisti, l’aggiornata forma di totalitarismo del Nord Bianco che ci vuole immobili. Abbiamo dialogato con le anime di questi nemici dell’oppressione e amici dell’umano, abbiamo cercato di dar loro voce senza mai considerarli ‘vittime’. Lasciamo la parola ‘vittima’ e ogni sua accezione al linguaggio della rassegnazione”.
Tra le tante drammatiche vicende che Kalomenìdis ricorda perché sfuggano all’oblio, a quella damnatio memoriae a cui il nostro paese le ha condannate, ci sono storie di migranti morti a causa dello sfruttamento o in condizioni di precarietà, come Ibrahim, senegalese, carpentiere di 35 anni, ucciso dal suo datore di lavoro che non voleva pagargli un debito; o Becky Moses, morta nel 2018 tra le fiamme in un incendio nella baraccopoli di San Ferdinando a Rosarno, dopo essere stata costretta a lasciare il progetto di accoglienza di Riace voluto dall’ex sindaco Mimmo Lucano; o persone transessuali o lgbt che scelgono il suicidio perché non riescono a sopportare emarginazione e ingiustizie, come Alfredo Ormando o Dalila De Oliveira. Ci sono sofferenti mentali costretti al carcere o a trattamenti sanitari troppo duri come Giuseppe Uva e Francesco Mastrogiovanni. In mezzo, la nota vicenda di Giuseppe Pinelli, arrestato all’indomani della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 perché sospettato di aver partecipato all’attentato a cui poi risulterà estraneo, e morto in seguito alla caduta dagli uffici della procura milanese; o quella meno conosciuta di Elena Pacinelli, uccisa il 29 settembre 1977 da un gruppo di neofascisti che sparano contro giovani che chiacchieravano davanti alla Casa Rossa di Monte Mario, o della piccola Federica, morta l’8 gennaio 2021 a soli cinque anni per un tumore a Taranto, nell’area dell’ex acciaieria Ilva.
Filippo Kalomenìdis, figlio e nipote di profughi, ha origini sarde, greche, georgiane e turche. Scrittore, militante politico, docente di scrittura, insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. “Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno”, che ha la prefazione di Franco Bifo Berardi, Silvia De Bernardinis, Samed Ismail, Val Wandia e la postfazione di Barbara Balzerani e la copertina di Silvana Grippi, è il suo secondo libro: nel 2021 ha pubblicato “La Direzione è Storta, Reportage lirico sul Covid 19 e i virus del Potere”. che racconta la sua esperienza di volontario tra i malati di Covid a Bologna, e nei campi profughi di Lesvos in Grecia.










