Non fosse stato per i versi di una canzone, che, a discapito della sua lunghezza, venne scritta da Francesco Guccini in meno di mezz’ora, oggi, di Pietro Rigosi non avremmo più alcun ricordo. Invece ‘La locomotiva’ strappò questa vicenda di provincia dall’oblio della storia e la consegnò, ammantata delle canoniche incertezze di ogni racconto leggendario, alla cultura popolare. Tuttavia quasi nessuno, forse per pudore, per timore o semplicemente per pigrizia, si è preso la briga di andare a scavare a fondo sul reale fatto storico e sulle vicissitudini del signor Rigosi. Chiunque ne abbia parlato si è limitato a riportare le parole dell’autore – interrogato a più riprese sull’argomento – o a quanto “all’epoca dei fatti” riportarono ‘Il Resto del Carlino e ‘La Gazzetta Piemontese’. E così si sono tramandate le gesta di questo anarchico – restato per anni nell’anonimato – nato nel 1864, macchinista, ferroviere, eroe senza volto, immaginato giovane e bello, che ai primi anni del secolo si lancia a “bomba contro l’ingiustizia”. Ma chi è stato veramente il protagonista di questa epopea proletaria? Oggi possiamo saperne di più.
Lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare
L’odore quasi povero di roba da mangiare (F. Guccini – Il Pensionato)
Parliamoci chiaro. Guccini non aveva nessun interesse a fare la biografia di Pietro Rigosi. Si limitò a raccontare in musica quella che per lui “era una bella storia” nella quale si respirava un romanticismo anarchico d’altri tempi, una storia appresa tramite il libro ‘Trent’anni di Officina’ di Romolo Bianconi e dalla testimonianza di un suo vicino di casa, il signor Paolo Mignani, al quale qualche anno dopo dedicherà “Il Pensionato”. Come ha più volte ribadito l’autore, ‘La Locomotiva’, non nasce come canzone politica, anche se dalla politica, o meglio, dall’antipolitica del repertorio del canzoniere anarchico trae ispirazione, con particolare riferimento all”Inno della Rivolta’ e allo “schianto redentore della dinamite”.

Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli
Col seno sul piano padano ed il culo sui colli ( F. Guccini – Bologna )
Pietro Rigosi in realtà nasce a Bologna il 16 aprile del 1865 e viene battezzato lo stesso giorno nella cattedrale metropolitana di San Pietro coi nomi di Pietro Pasquale Mario Santolo Alessandro. Il padre Alessandro è un macchinista ferroviario nativo di Lovoleto, oggi frazione del comune di Granarolo dell’Emilia, mentre la madre Carolina Gotti è originaria di Baricella, paese di pianura ai limiti del ferrarese, che confina con Poggio Renatico, un nome importante nell’economia di questa storia.
Ben presto rimane orfano della madre, che muore all’Ospedale Maggiore a soli 37 anni quando Pietro ne ha appena tredici. Nel 1886 perde anche il padre, che spira quarantasettenne nell’abitazione di famiglia di via Polese. Il futuro del giovane è quello di seguire in qualche modo le orme professionali paterne; non macchinista come recita la canzone, bensì fuochista, a spalare tonnellate di carbone per alimentare le locomotive che quotidianamente portano i treni con merci e passeggeri lungo la Linea Adriatica da Bologna sino a Ferrara, Padova e Venezia, e viceversa. Un lavoro massacrante per riempire la caldaia in modo da tenere costante la pressione del vapore, col caldo infernale in estate o con le rigidità invernali, per poi tornare sfinito a casa, in via Galliera, a venti minuti di camminata dalla futura via Paolo Fabbri, così, tanto per dire, dove lo attendono le sue figlie – Iola di tre anni e Amalia di tre mesi – con la giovane moglie Celestina Mengoni, sposata nel 1890, nuovamente in dolce attesa.

Corre l’estate del 1893 e come ogni giorno che il cielo manda in terra, anche in quel pomeriggio del 20 luglio, corre pure la locomotiva 3541 con Rigosi a spalare carbone e a maledire la canicola, mentre il macchinista Carlo Rimondi conduce a Bologna il treno merci numero 1343 partito alle 5.45 da Padova.
Non so che cosa accadde, perché prese la decisione,
Forse una rabbia antica, generazioni senza nome
Che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:
Dimenticò pietà, scordò la sua bontà,
La bomba sua la macchina a vapore.( F. Guccini – La Locomotiva )
Una volta superata Ferrara, un chilometro prima dell’argine di sinistra del Reno, la linea passa per Poggio Renatico, un tempo frontiera fra il bolognese e le terre estensi, un paese agricolo di circa seimila anime che produce canape, cereali e vino, avvolto spesso in una coltre di nebbia densa e bianchissima e talvolta inondato dalle intemperanze del fiume. Qui, nei treni passeggeri, solitamente comincia l’assalto alle carrozze degli abitanti del contado, i vilan – descritti da Giorgio Bassani in ‘Gli Occhiali d’Oro’ – che strada facendo ingrossano le loro fila nelle successive stazioni di Galliera, San Giorgio di Piano, San Pietro in Casale, Castelmaggiore e Corticella, per finalmente riversarsi in tumultuosa folla al binario 2 della stazione di Bologna.

Sono circa le 16 e 30 di quel 20 luglio 1893. Il treno guidato da Rimondi ferma a Poggio. Sembra tutto regolare, ma all’improvviso Rigosi avvisa il macchinista di recarsi immediatamente dal capo stazione; pare che le ruote dell’ultima carrozza si siano surriscaldate eccessivamente e occorra eseguire subito un controllo. Senza indugi il compagno scende e si dirige verso la stazione. Succede tutto in un baleno. Rigosi salta giù dal treno, stacca i ganci delle catene che uniscono il carro del carbone al resto del convoglio, rimonta in macchina, apre tutti i rubinetti, legando con una corda quella del fischio della vaporiera, toglie il freno e parte in solitaria, a tutta velocità, alla volta di Bologna.
Di stazione in stazione, il personale ferroviario, i cantonieri e i “contadini curvi”, assistono alla folle corsa della locomotiva che incessantemente annuncia il suo passaggio, con Rigosi “ritto sulla macchina”, con aria di sfida verso quanti lo invitano a fermarsi o intento a spalar furiosamente il carbone dentro al fornello che – così racconta il corrispondente della Gazzetta dell’Emilia – dall’apertura manda vividi sprazzi di luce rossa che vanno a riflettersi sul carro carbone. Da Poggio viene subito dato l’allarme, che rimbalza da un telegrafo all’altro in tutte le stazioni fino a giungere a Bologna. Si rischia il disastro e il capostazione Sacchi, in accordo con l’ispettore Pugliani, emana rapidamente le direttive per far sgombrare la linea e per regolare gli scambi in modo da indirizzare la locomotiva verso il binario morto dello scalo merci di Porta Lame.
Sono le 5 e 10 quando gli operai che lavorano nei paraggi guardano esterrefatti Pietro Rugosi, pallido in viso e con gli occhi strabordanti, rigido e impassibile, mentre si sporge sostenendosi a una leva, con la locomotiva che, ormai deviata sullo scalo e indirizzata al binario morto numero 2, sta per infrangersi contro alcune carrozze parcheggiate in attese di riparazione.
Pugliani richiama l’attenzione di Rigosi, invitandolo a buttarsi, che è ancora in tempo a salvarsi. Il fuochista si volta e impassibile risponde: “ma cosa c’è poi a morire”? Neppure il tempo di dirlo che la macchina si schianta contro una carrozza di prima classe. Sono le 5 e 15. La collisione è violentissima. Un impressionante nugolo di polvere avvolge il binario, mentre i carri travolti sbattono impetuosamente l’uno contro l’altro, accartocciandosi sul muro di pali di legno che ostruisce la linea.
Pietro Rigosi, sbalzato dall’urto, va a sbattere contro la prima carrozza per cadere poi a terra coperto di frantumi e rottami. Come recita la canzone, “lo raccolsero che ancora respirava”. Ha il viso coperto di sangue, una guancia praticamente staccata dal resto del viso e corpo e arti pieni di contusioni. Caricato da quattro operai su una barella, viene trasportato con urgenza all’Ospedale Maggiore.

Le cronache raccontano che la strage sia stata evitata per un soffio. Un treno omnibus, quello “pieno di signori”, per intenderci, era infatti partito alla volta di Venezia alle 16 e 30 e soltanto grazie alla prontezza delle trasmissioni telegrafiche alle stazioni era stato fatto fermare in quella di San Giorgio. Stesso discorso per un altro treno merci bloccato e fatto spostare nello scalo bolognese.
Scampato il pericolo si fa la conta dei danni. Il macchinista Oreste Dotti, incaricato di periziare il locomotore, constata che durante il viaggio la pressione ha raggiunto almeno 8 atmosphere, con la macchina che ha percorso 37 chilometri di strada ferrata in appena 36 minuti consumando almeno 4 fornelli di carbone. Tuttavia il mezzo, nonostante i danni subiti alle apparecchiature, verrà presto rimesso in funzione.
Non si può dire altrettanto per Pietro Rigosi. Il fuochista si fa ben cinquanta giorni di ricovero e abbandona l’ospedale l’8 settembre, con una gamba amputata, per tornare a casa dalla moglie che a novembre partorirà il primo figlio maschio, Alessandro. Era stato affidato alle cure del professor Giuseppe Ruggi, che diverrà ben presto un sanitario rivoluzionario, innovando sostanzialmente la tecnica chirurgica e le pratiche igieniche e antisettiche nelle sale operatorie.
L’atto insano viene subito attribuito alla presunta instabilità mentale del Rigosi. “Colto da alienazione”, si dice, “pazzo aspirante suicida”, rilancia qualcuno, “desideroso di togliersi d’imbarazzo per un’accusa di furto di dieci lire a Rovigo”, ipotizzano altri, “effetti del troppo vino”, sentenziano i più maligni. L’ipotesi del martire kamikaze è da attribuire a un’interpretazione postuma di una frase riportata da un articolo de ‘La Gazzetta Piemontese’, secondo il quale, durante l’agonia ospedaliera il giovane fuochista avrebbe esclamato: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato”.
Non abbiamo a oggi notizie sul processo, si racconta che sia stato difeso da un avvocato socialista e che la tesi del gesto folle, quindi dell’infermità mentale, abbia prevalso in sede giudiziaria. Sta di fatto che il Rigosi, una volta salvo e guarito, viene licenziato dal servizio con un indennizzo da lui giudicato insufficiente e per questo ha minacciato di intentare una lite legale nei confronti dell società delle Ferrovie Adriatiche, rinunciandoci soltanto dopo aver ottenuto una liquidazione di 500 lire. Tuttavia viene arrestato nel settembre del 1894 e tradotto nelle carceri di San Giovanni in Monte con l’imputazione di aver inoltrato al direttore della società Larino alcune lettere intimidatorie, corredate da disegni di teschi e non troppo velate minacce di morte. Processato nell’ottobre seguente viene difeso dall’avvocato Enrico Sandoni.
Guccini, nella sua canzone, invece non ha dubbi. Fu un deliberato e cosciente atto da refrattario, un gesto in linea con il pensiero libertario, una vera “bomba proletaria” che attraverso la fiaccola dell’anarchia voleva illuminare le coscienze dei contadini e degli operai, costretti a lavorare come schiavi per irrisori salari, così come gli aveva raccontato il buon Mignani, che un giorno, dalla viva voce di un Pietro Rigosi, ormai eroe in avanti con gli anni e claudicante, aveva appreso quella storia leggendaria. Non abbiamo notizie certe su una reale militanza anarchica del fuochista bolognese, ma prendendo in considerazione i fatti storici e i moti socio-politici, in Emilia e altrove contrastati dalla repressione crispina, e anche il ruolo attivo della Fratellanza Personale Ferroviaria e della sezione bolognese del Fascio Ferroviario Italiano di Via Marsala, non possiamo neppure escluderla a priori.
Fu realmente un atto politico? Probabilmente non lo sapremo mai. Poco importa, in fondo ci piace pensarlo ancora così, “ancora dietro al motore mentre fa correr via la macchina a vapore, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”.
Quest’anno ‘La Locomotiva’ compie 50 anni, venne pubblicata infatti nell’album ‘Radici’ del 1972 e fin quando è salito sul palco il cantautore modenese ha sempre chiuso i suoi concerti con questo brano, quasi fosse un ultimo dono, un ricordo, da tramandare e perpetuare ancora a lungo.
Così, quel testo scritto in fretta, di getto, infarcito di retorica ottocentesca – “ma quella retorica bella”, ci tiene a sottolineare l’autore – e ironia, che innalzano la locomotiva a simbolo di progresso; quella “ballata Excelsior” dal sapore retrò contro l’oscurantismo delle nere milizie vaticane nemiche della modernità, dove convivono il Carducci di ‘A Satana’ e ‘Alla stazione in una mattina d’autunno’, il Sergio Leone di ‘Giù la Testa’, il Zola di ‘La Bestia Umana’ e le colorate tinte futuriste dei vari Boccioni, Severini, Pannaggi, Corona, Depero, Baldessari, Rizzo, Dal Monte e Danna, racconteranno ancora per tanto tempo l’epica vicenda di Pietro Rigosi, del quale oggi, sappiamo qualcosa in più.
In copertina ‘Locomotiva più velocità’ – Roberto Marcello Baldessari – 1916.










