Le pellicce sintetiche sono difficili da smaltire per l’ambiente e quelle vere non sono considerate etiche, ma quale è il destino dei capi già prodotti che invecchiano negli armadi? La moda è una delle attività più inquinanti al mondo e nonostante l’impegno costante a lavorare nel modo più verde possibile viene incoraggiato il riuso. C’è chi ne ha fatto business enormi rendendo il vintage uno stile ricercato con un volume d’affari in crescita. In quest’ottica di riciclo si inserisce anche la pelliccia, un capo controverso che nel dibattito in corso non sembra trovare una voce univoca.
Dal 1 gennaio 2022 in Italia, dopo una storica lotta condotta da LAV e da altri movimenti animalisti, si è finalmente deciso per la chiusura degli allevamenti degli animali da pelliccia. Ma che fare dei capi già prodotti che indossavano mamme e nonne?

“Noi siamo contrari anche all’utilizzo dei capi già prodotti – ci ha detto Simone Pavesi, responsabile area Moda Animal Free di Lav – in questo modo si incoraggia comunque l’uso di capi non etici elevandoli a status e si alimenta una forma di commercio di prodotti che, comunque, derivano dallo sfruttamento degli animali. L’unico impiego che contempliamo come corretto è l’eventuale donazione agli homeless, la beneficenza è sempre una cosa buona. Abbiamo studi approfonditi sul sito Lav.it che mostrano come la fase di allevamento, nella filiera della pelliccia sia tra le attività più inquinanti al mondo: consumo d’acqua e di cibo, emissioni inquinanti, consumo energetico, resti di lavorazione, trattamenti chimici a base di agenti altamente tossici non reggono il confronto neanche con le fibre sintetiche o moderni biopolimeri in termini di inquinamento. Oggi poi ci sono materiali di origine vegetale e c’è una ricerca continua per riprodurre in modo non cruento e con minore impatto sull’ambiente l’effetto della pelliccia animale di cui, di fatto, non abbiamo alcun bisogno per tenerci al caldo”.

“Siamo assolutamente favorevoli al riuso di quei capi che negli anni passati, con poca attenzione per il benessere animale, sono stati acquistati e ora per vergogna non vengono utilizzati – dichiarano Roberta e Antonio Murr, consulenti di stile e direttori creativi in ambito moda – Ci pare che dismetterli sarebbe un ulteriore gesto di crudeltà, riteniamo sia invece più giusto farne altro uso, non indossarli ma magari trasformarli in arredo casa: cuscini, coperte, copriletti. In questo modo quelle morti non saranno vane e i capi appartenuti ai nostri cari non saranno gettati come spazzatura. Il mondo occidentale oggi rifiuta le pellicce che però negli eventi mondani saltano sempre fuori in un’ottica di esibizione che è decisamente ipocrita. Se è vero che questo capo non è più un must del lusso in Europa lo è in generale in Asia. In un mondo in cui la disparità sociale è sempre più netta bisognerebbe anche lavorare per il rispetto delle persone e della collettività. I giovani designer – concludono i Murr – pagano i danni fatti dalle generazioni precedenti che lasciano in eredità un mondo pieno di disfunzionalità. Se fossimo in loro e volessimo sperimentare certamente riutilizzeremmo pellicce dismesse vintage per la stessa ragione che ti abbiamo detto all’inizio: quelle morti non sarebbero vane”.
(nell’immagine in anteprima, “Ritratto di gentiluomo in pelliccia”, Paolo Veronese 1550 circa)










