In occasione della Giornata della Memoria, il 27 gennaio, proponiamo questa storia poco conosciuta di come cinquemila ebrei fuggirono dall’Europa ancora antisemita attraverso il Passo dei Tauri, in Südtirol. Lo stesso valico, oggi, è stato usato dai profughi provenienti dall’Africa e dall’Asia, in fuga dalla guerra e dalla miseria per cercare una nuova possibilità di vita. A testimonianza del fatto che i confini debbono esser ponti e non muri, nel 2007 è nata l’associazione Alpine Peace Crossing.
Confine tra Austria e Italia, 1947. A 2.634 metri di quota, di settimana in settimana, si ammassano centinaia di donne e uomini: pochi vestiti addosso, ai piedi scarpe malridotte da chilometri su sterrati, pietraie e rocce alpine. A volte addirittura senza. Aspettano di varcare il confine per andare a Venezia e da lì imbarcarsi per la Palestina, loro meta finale.
Confine tra Italia e Austria, anni dieci e venti del Duemila. In quelle stesse pietraie, in quegli stessi luoghi, in quelle stesse condizioni c’è chi ora fa il percorso inverso: dal sud, dal Vicino Oriente, dall’Africa, donne e uomini sperano di passare presto quella linea invisibile che chiamiamo confine per arrivare nella Mitteleuropa: loro meta finale, nuova patria, dove vivere finalmente in pace e sicurezza.

Quel luogo è il Krimmler Tauern o Passo dei Tauri. Valico, linea di contatto e comunicazione, più che di separazione.
Lo sanno bene i sudtirolesi. Qui, dove prima della Grande Guerra confine non ce n’era, per secoli hanno utilizzato e continuano a utilizzare questo stretto passaggio sulla cresta delle Alpi per la transumanza estiva delle loro vacche e dei loro tori. Dalle valli ora italiane, verso i più freschi pascoli ora austriaci. Da qui il nome: Passo dei Tauri.
Austria 1947
Quando ha visto quel nome in quella cartina ha avuto un’illuminazione, Marko Feingold. Austriaco, ebreo, classe 1913, è sopravvissuto a ben quattro campi di concentramento. La guerra in Europa è finita da due anni, la diffidenza e in molti casi l’odio verso gli ebrei invece no. È ancora vivo e vegeto.
Lui che ha deciso di stare dove è nato e dove ha sempre vissuto capisce l’ansia che vivono altri ebrei, quel perenne stato di insicurezza che dagli anni Trenta, a causa di Hitler e Mussolini e dei regimi collaborazionisti, spinge a scappare. Erano gli anni in cui molti ebrei dell’est Europa e anche dell’Unione Sovietica vedevano come unica possibilità di vita la fuga in Palestina. Là dove c’era la speranza per alcuni, iniziava la tragedia per altri, la nakba dei palestinesi. Ma questa è un’altra drammatica storia.
Sono circa due milioni e mezzo gli ebrei che si mossero in quegli anni. Molti per raggiungere l’Italia e da qui imbarcarsi alla volta del Vicino Oriente.
Feingold non riesce a stare con le mani in mano. Decide di aiutarli. Anche perché lui ha lavorato sei anni in Italia, parla italiano. Accompagna gruppi di duecento, trecento persone al Brennero. Al confine diceva “Sono italiani deportati”. E li lasciavano passare. Poi la situazione politica cambiò. Gli inglesi non volevano troppa pressione da parte degli ebrei in Palestina e quindi il passaggio venne loro ostacolato.

L’idea sulla mappa

L’austriaco però non si dette per vinto. Un giorno gli capitò per le mani una vecchia cartina militare americana. Un tratto di dieci chilometri di competenza statunitense, tra la zona francese e quella inglese, dove l’Austria confina con l’Italia. È qui che Feingold individua il Passo dei Tauri. Nessuno poteva però immaginare che quello stretto passaggio sulle Alpi dello Zillertal, dove passavano solamente gli allevatori alpini con il bestiame, gente esperta di montagna, potesse diventare un luogo di transito di colonne di profughi.
Partiti dal campo di Saalfelden, nel salisburghese, camion pieni di donne e di uomini puntavano dritti verso il confine alpino. Al passaggio a Krimml, comune austriaco vicino al confine suditirolese, la gendarmeria austriaca si trovò impreparata. Presto però arrivò l’ordine da Vienna: “Fate finta di niente, quei camion non vi riguardano”. Fu così che Feingold riuscì ad ammassare e poi a far miracolosamente scalare le montagne fino a transitare il valico ben circa cinquemila ebrei. Passato il confine arrivarono Casere, frazione di Predoi, nella Valle Aurina, il territorio più a nord dell’Italia. Senza nessun ferito o contuso, nonostante l’impervio passaggio tra i graniti alpini. Un vero miracolo.
Italia, giugno 2017
Come ogni anno anche questo inizio estate la Valle si popola di escursionisti pronti ad affrontare i i ripidi sentieri delle Alpi. Non sono i soli: c’è chi non è lì per turismo, per svago, per sport, ma perché sogna una nuova vita senza violenze, senza guerre, senza miseria. Ai piedi non hanno robusti scarponi progettati per affrontare la roccia. Addosso nessun abbigliamento tecnico. Sono due ragazzi somali. Li ha recuperati il Soccorso Alpino e portati alla vicina Predoi.

“Ognuno di noi può diventare un profugo, anche oggi”, disse poche settimane dopo proprio Feingold, memore dell’impresa di quei cinquemila ebrei fatti transitare proprio in quella valle nel lontano 1947.
Alpine Peace Crossing
Ed è proprio per ricordare quel lontano transito e per trasformare quei valori di pace e di rispetto della vita umana che nel 2007 è nata in Austria l’associazione Alpine Peace Crossing, che ogni anno organizza una marcia da Krimml, dove tutto ebbe inizio, a Casere proprio per rivivere quel viaggio compiuto da cinquemila ebrei nel 1947, un modo per tradurre in fatti concreti i valori di pace e fratellanza. “Quelli che partecipano a questa marcia della pace sono consapevoli che non si tratta solo di ricordare l’anno 1947 e i fatti precedenti, ma anche di prendere un impegno in riferimento ai profughi di oggi. Dobbiamo fare il nostro possibile per loro”, disse nel 2017 al quotidiano ‘Alto Adige’ Alexander Van der Bellen, allora presidente dell’associazione, pochi giorni dopo il ritrovamento dei profughi somali.
E infatti alla marcia ogni anno partecipano anche decine di profughi, per ricordare che i confini hanno senso solo per essere valicati, per unire, per creare ponti di pace.
Nella foto in evidenza le alpi dello Zillertal (foto: Gottardi)










