Ho aspettato ad ascoltare quest’album, a riascoltarlo e a scriverne, distraendomi con più solari melodie o più dure e ciniche strutture musicali, ma ho aspettato come si fa con qualcuno che non vedi o senti da tanto tempo, nella mente si accumulano domande e strati di pensieri su come il tempo sarà scorso, su cosa sarà successo nel frattempo, sul quanto entrambi saremo cambiati, ho aspettato veramente tanto poi mi sono detto che era il momento di superare ogni barriera e buttarsi, pigiare ‘play’ sullo schermo del mio iPhone, infilare i miei auricolari, uscire di casa secondo i limiti consentiti e cercare un posto isolato dove finalmente rivedere quel qualcuno che non vedevo da tanti anni.
Ogni release dei Mogwai la ami o la odi, ma non puoi rimanere indifferente, maestri incontrastati del post rock onirico, trent’anni di carriera portati splendidamente, anche nel 2021 riescono a sublimare scariche emotive in sonorità paralizzanti, che adescano, catturano, sfiniscono e svaniscono così come sono arrivate.
Forse sarà il mio animo nostalgico ma già ‘To The Bin My Friend, Tonight We Vacate The Earth’ mi riporta alla mente ‘Auto Rock’ ed i miei passi si fermano a cercare un riparo perché tutte le mie energie sono totalmente divorate dai suoi 5:09 minuti, ma non finisce così, sono veramente costretto a trovare una sistemazione su di una panchina a fissare il vuoto mentre le poche energie rimaste vengono convogliate nell’ascolto. Mi aiuta un po’ ‘Ritchie Sacramento’ ma di nuovo con il lento incedere di ‘Drive the Nail’ sento di nuovo l’implosione risucchiarmi e convogliare i miei pensieri a tempi andati che nemmeno più ricordo o che forse non sono mai esistiti, mentre ondeggio sui tappeti elettrici e ripetitivi, ormai marchio di fabbrica della band di Glasgow sin dalla metà degli anni ’90.
Inizia a dispiegarsi con centellinata lentezza il crespuscolo, dei piccolo spasmi di freddo arrivano scuotermi senza successo mentre si ondeggia nell’ascolto del resto dell’album che trova apici in ‘Fuck Off Money’ e piacevoli variazioni quasi alternative primi 90s come ‘Ceiling Granny’, quasi un post grunge a la Grandaddy per poi riprendere il percorso verso l’oscuro oblio finale di ‘It’s Want I Want To Do, Mum’.
Non ci sono pieghe inaspettate, è un album dei Mogwai, molto bello quanto difficile, emotivamente drenante, e rimane quello che alla fine mi aspettavo, come quel qualcuno che non vedi da anni ma che poi non sembra cambiato di una virgola e ti chiedi perché allora hai tanto aspettato a volerlo rincontrare.
Forse perché a cambiare sei stato tu.
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