Cosa è questa malinconia magmatica di cui si parla, se non un binario che sale dolcemente su una collina rotonda?
È proprio in questi viaggi che mi prende per mano. Lei e io. Nonostante tutto, nonostante tutti. Eppure rimango solo, muto a osservare, a respirare estraneo.
Assorto, a percepire il mondo che scorre, le facce della vita, i gesti, forse in cerca di gentilezza e calore. Invece tutti a correre impazziti, a camminare veloci, a fare, a cercare senza trovare, come formiche senza dimora.

E poi le voci, parole quasi straniere ma note, conosciute, ricordi di altro che fu e di un tempo distratto passato e presente.
Una lacrima a rinfrescarla, quella malinconia. Chissà, ormai penso fortemente che mi accompagnerà per tutta la vita. Possibile? E se è possibile, la domanda che segue è: perché? Non è pesante tristezza, somiglia di più a un piccolo e caldo café, rifugio quando fuori si gela.

La malinconia che m’accompagna è una foto sbiadita, rossiccia, come gli anni che mi hanno cresciuto da bambino.
“La malinconia forse è un dono” – mi han detto, sorprendendomi, da poco – probabilmente prezioso, sicuramente sottovalutato. La malinconia è un paio di occhiali, con delle lenti speciali che non correggono la miopia ma filtrano la tua visione del mondo, facendolo apparire un po’ meno spietato e riportando un poco di poesia. Eppure, certe sere…
Lei non si distrae mai, nemmeno negli abbracci o nei saluti. Ci innamoriamo spesso delle ipotesi, noi sognatori, noi malinconici.













