Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. La metafora di De André sulla bellezza di un’umanità dimenticata e disprezzata trova aggancio saldo nella natura, dove l’unico imperativo è la sopravvivenza, la ricerca di un’immortalità raggiungibile solo attraverso la perpetuazione della specie. Ed è forse questa forza nella labilità, questo sguardo comunque rivolto all’infinito, la vera bellezza che accomuna gli uomini e gli altri esseri viventi.
C’è una pianta, l’orchidea, che a quasi tutte le latitudini del mondo persegue la sua sopravvivenza con una determinazione sorprendente e originale. Anche in habitat sterili e contaminati, privi dei nutrienti che dovrebbero garantire la vita. Come la Epipactis helleborine subsp. tremolsii, individuata nella discarica mineraria di Barraxiutta a Domusnovas, nel Sulcis, tra i fanghi di flottazione di cui trattiene i metalli pesanti, come il piombo e lo zinco.
Lo studio su questa pianta, pubblicato sulla rivista internazionale Ecotoxicology and Environmental Safety, è stato coordinato da Pierluigi Cortis e Antonio De Agostini del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università di Cagliari in collaborazione con le Università di Salerno, Milano-Bicocca e Varsavia. Inoltre, è in corso una collaborazione con la Cina per approfondire le diverse ipotesi scientifiche attualmente al vaglio degli studiosi.
La Epipactis helleborine è una delle circa 64 specie che popolano la Sardegna, fiori belli e particolarissimi, amati da centinaia di appassionati che percorrono chilometri per ammirarli e fotografarli, custodendo gelosamente le coordinate dei loro habitat per proteggere le specie più a rischio. Ma qual è il segreto di tanto fascino? Nel suo libro fotografico ‘Sennoricas, orchidee di Sardegna‘ (Imago Multimedia 2010, con un interessante intervento del compianto Piero Mannironi) Bruno Manunza ci svela che in alcune zone della Sardegna le orchidee sono chiamate signorine, graziose e colorate come le donne nei loro costumi tradizionali e nello stesso tempo capaci di affrontare le condizioni più dure dell’esistenza.
È soprattutto nelle strategie riproduttive che le orchidee dimostrano quanto siano evolute, tanto da creare sofisticati inganni che, in quanto a complessità, sono rari altre specie vegetali. A cadere nelle loro trappole gli impollinatori, tra gli altri gli imenotteri come le api e i bombi. Alcuni non resistono all’inganno sessuale perpetuato dalle orchidee del genere Ophrys le cui forme, colori e odori ricordano le femmine dell’insetto: il maschio cerca di accoppiarsi con il fiore con il risultato di raccogliere e trasportare il polline. Poi ci sono le Anacamptis: nei sepali e nel labello hanno delle linee simili a quelle di altri fiori che producono il nettare di cui, in alcuni casi, queste orchidee sono prive. Gli insetti vengono indirizzati un po’ come gli aerei nelle piste di atterraggio, in questo modo prelevano il polline che ha una forma bastoncellare e adesiva alla base così da attaccarsi sul loro capo, alla stregua di piccole corna. Poi c’è l’inganno del nido, tipico delle Serapias, la cui conformazione è simile ai nidi dove gli insetti vanno a dormire la sera.
Ma non finisce qui. Essendo prive di endosperma, e quindi non in grado di garantirsi da sole la riserva energetica necessaria alla germinazione, le orchidee prendono i necessari nutrienti grazie a dei microfunghi con cui entrano in simbiosi attraverso le radici. Talvolta la simbiosi dura per tutta la vita, in altri casi i funghi sono distrutti quando non più necessari. Questi microfunghi rivestono un ruolo fondamentale nella vita della Epipactis helleborine subsp. tremolsii. Infatti, dal punto di vista scientifico, l’aspetto che desta maggiore interesse negli studiosi è proprio la micorizazione di questa orchidea, in particolare quella instaurata con il microfungo del genere Ilyonectria. È in questo meccanismo che potrebbe riscontrarsi un possibile ruolo nella riduzione della tossicità dei metalli pesanti.
“I nostri studi sono orientati a capire se effettivamente il fungo sia il responsabile della neutralizzazione del potenziale inquinante dei metalli”, spiegano Pierluigi Cortis e Antonio De Agostini.
L’analisi delle orchidee ha dimostrato che sono leggermente più piccole di quelle della stessa specie che crescono in siti non inquinati, probabile segno di un maggiore stress subito dalle piante di Barraxiutta. Altro aspetto che ha colpito gli studiosi è la presenza di metalli nelle parti aree di queste piante e non solo nelle radici: in estate stelo e fiore si seccano e in questo modo la pianta si libererebbe delle sostanze inquinanti accumulate nei suoi tessuti. La comprensione del ruolo del microfungo e la sua relazione con la pianta sono ora all’attenzione degli scienziati per i quali è però prematuro ipotizzare impieghi in tecniche di biorisanamento ambientale. In attesa che le ricerche in corso producano i loro risultati, esperti e appassionati si devono accontentare dell’ennesima sorpresa riservata da questi fiori unici, tenaci nella vita e ancora ricchi di mistero. Come la Serapias nurrica subsp. santuingensis, specie sarda rarissima, “estinta” e ricomparsa nel sud dell’Isola. Ma questa è un’altra storia.
(con il contributo fotografico di Vincenzo Rodi)










