Yasmina Reza è tra le personalità più note e apprezzate della drammaturgia contemporanea. Riteniamo sia indispensabile tenerlo a mente nel leggere il suo “La vita normale”, uscito in Francia nel 2024 e proposto ai lettori italiani da Adelphi a maggio del 2025, nella traduzione di Davide Tortorella.
Questa raccolta di scritti brevissimi, alcuni fulminei, come nel caso della divertente appendice conclusiva, è composta in buona parte da resoconti di processi, ai quali Reza assiste abitualmente da più di quindici anni. Ma vi si trovano anche scene di vita familiare, aneddoti legati alle sue amicizie o alle frequentazioni artistiche (non di rado le due cose coincidono), e ancora estemporanee riflessioni scaturite da un’immagine, da un incontro fugace e casuale. Quasi un quaderno di annotazioni che costituiscono un campionario umano ed emotivo al quale attingere, ci piace pensare, nella creazione dei personaggi e delle storie che animeranno le future opere dell’autrice.
In questi bozzetti più o meno dettagliati, frammenti di realtà pregresse e allo stesso tempo embrioni di potenziali nuovi mondi, sono già pienamente riconoscibili la qualità della prosa, l’ampiezza e la sensibilità dello sguardo, la peculiarità del punto di vista sempre discosto da qualsiasi preconcetto e tentazione qualunquistica o censoria.

Persino nell’affrontare i casi giudiziari più truci, Yasmina Reza lascia che siano avvocati, giudici e giurie a barcamenarsi tra premeditazioni e attenuanti, inseguendo l’illusione di una verità pacificatrice o che almeno soddisfi gli algidi dettami della legge. Mentre la sua attenzione si rivolge alle meschinità e alle omissioni solo all’apparenza innocue, agli abissi più remoti che dividono e talvolta accomunano le fazioni contrapposte di quell’umanità riunita in assise.
Emblematica è la vicenda di Fabienne Kabou, che in una notte di novembre ha abbandonato la figlia di quindici mesi alla marea montante dell’oceano. Gli psicologi si confrontano senza certezze sull’origine degli scompensi che potrebbero avere spinto una madre a commettere un tale abominio, e la testimonianza della donna non è d’aiuto. “Bella, colta, sragiona per lievi slittamenti e con una freddezza incongrua. Presente senza esserlo, come a strapiombo su sé stessa, partecipa all’interrogatorio, cerca di decifrare un «atto» che le appare «grottesco» e sempre più opaco”. E allora il rito si compie: “Con questo materiale, scabro e pieno di vuoti, la diffesa e l’accusa edificano ciascuna il tempio che dovrà fungere da verità […] Quando la trama è semplice, sovrano è il racconto”.
Ma la lucidità dello sguardo e la vividezza della resa sulla pagina non mutano nemmeno quando la scrittrice e drammaturga francese si volge al mondo fuori dalle aule dei tribunali. Tra le mura della propria casa, per le strade di Parigi o le calli di Venezia, resta inalterata la capacità di penetrare le maschere e mettere a nudo debolezze e idiosincrasie, umori e sentimenti. A cominciare dai propri.
Ci vengono in mente la paziente indulgenza nei confronti della capricciosa nipotina Doria che ancora non ha compiuto tre anni, nella notte in cui Reza diventerà nonna per la seconda volta; l’amara complicità con l’amica Nicole in una sera d’inverno, magistralmente trasposta nelle tredici righe di “Un errore”; o il rimpianto per l’ultimo saluto mancato a Bruno Ganz, ridestato da un uomo che siede allo stesso tavolo della vineria veneziana dove Yasmina vide l’attore, senza trovare il coraggio di avvicinarlo, poco tempo prima che morisse.
E così, pagina dopo pagina, tra l’intimo e l’universale, i cinquantaquattro scritti che compongono “La vita normale” ci propongono un illuminante ritratto dell’animo umano. Non più solo una raccolta di esercizi propedeutici, dunque, ma un’opera compiuta che possiede piena dignità letteraria.










