Cosa succederebbe se il sole smettesse di sorgere? Se non ci fossero più la luna, le stelle, la pioggia e il vento ma solo il buio più nero?
È ciò che si chiede lo scrittore cagliaritano Gianni Usai nel suo ultimo lavoro “La sola notte” (Il Maestrale, 255 pagg.) uscito ad aprile scorso.
Da un tempo incalcolabile, proprio perché il sole non splende più, Thomas e Sofia e i loro figli, Giada e Matteo (nato dopo l’arrivo dell’oscurità e che quindi non ha conosciuto la realtà precedente), devono vivere la loro vita chiusi in un appartamento in cui le azioni sono guidate dal “Sistema” con direttive trasmesse sul monitor di un computer. Fuori il nulla, se si escludono piccole luci artificiali che dovrebbero provenire dal palazzo di fronte e che ogni tanto diminuiscono. Dentro, una famiglia che misura quel tempo con i passi sufficienti a spostarsi nel ristretto spazio.
A separare l’interno dall’esterno i vetri delle finestre, non più lucernari ma specchi riflettenti l’interiorità dei quattro sopravvissuti più che il loro aspetto: “Matteo […] scosta la tenda e prova a guardare fuori, dove l’impostore in agguato divora la misera luce emanata dal loro piccolo mondo e gliela restituisce con le sembianze di un confuso e asimmetrico rovescio che sfuma nell’infinito. Il bambino poggia la mano sul vetro, lo sente sotto le dita ma non può vederlo solo perché si è fatto testimone dello scontro impari tra i due mondi contrapposti” (pag. 73).
Anche il tempo è rinchiuso tra il prima e il dopo, in un presente, “monotono stagnare del tempo”, i cui unici movimenti concreti paiono quelli della mente e dei dialoghi; e allora l’interiorità e la memoria del prima producono parole per provare a descrivere il dopo, o almeno immaginarlo.
La parola, quindi, diventa centrale e assume più funzioni richiamando i vari significati del termine greco lògos: è memoria quando esprime i ricordi di Thomas e Sofia, è discussione quando i coniugi non trovano soluzioni comuni, è discorso quando spiegano ai figli, è narrazione nei racconti che il padre inventa per loro e si trasforma in immaginazione.
In questo libro, però, la parola è anche indeterminatezza perché, per chi non ha conosciuto (Matteo) o non ricorda (Giada) la realtà, un termine non ha significato in quanto l’oggetto cui si riferisce è sconosciuto: “In realtà non sanno nemmeno di cosa parlano, per loro sono soltanto parole. Noi abbiamo l’esperienza per dare un significato ai nomi, ma loro non hanno niente” (pag. 77), dice Sofia parlando dei figli. Ma, per paradosso, sta proprio qui, in questo romanzo, la forza della parola: essa è creativa; è lei che crea l’oggetto nominandolo e perciò in essa l’autore ripone la speranza di una rivincita all’inazione dei protagonisti, animali in cattività.

Allo stesso modo il senso di smarrimento da the day after e la conseguente incertezza dell’esistenza sono sviluppati con una scrittura precisa ed elaborata la cui efficacia si manifesta, appunto, soprattutto nei dialoghi, solo in apparenza banali perché discorrono di argomenti semplici e quotidiani, ma che in realtà esprimono l’inquietudine e la riflessione che ha tenuto impegnato il pensiero dell’uomo dal giorno in cui egli ha preso consapevolezza della propria coscienza.
Questo carattere filosofico, del resto, è ciò che caratterizza il genere distopico o ucronico (ai lettori la libertà di interpretazione) a cui appartiene l’opera, la quale conclude, insieme ai più che raccomandabili precedenti “Christian T.” (2022) (Giacomo Pisano ne ha parlato qui) e “Il peggiore” (2024, entrambi editi dalla stessa casa editrice), la triade narrativa “dell’impossibile” o meglio, come l’ha definita l’autore stesso, “la trilogia del realismo dell’impossibile”, o ancora, perdonando il gioco di parole, dell’irrealismo possibile.
Il mistero, l’indefinibile, l’inverosimile sono resi plausibili e comprensibili, cioè possibili, anche dalle proficue strategie stilistiche e narrative tra le quali, per esempio, le storie inventate da Thomas, che rappresentano metafore della loro condizione, o la scelta di intitolare i capitoli con sostantivi singolari preceduti dai relativi articoli determinativi: il definito contro l’indefinito.
Tali scelte confermano la meticolosità della penna di Gianni Usai nella selezione lessicale, nell’accuratezza sintattica e descrittiva e nella creazione di suggestioni coinvolgenti.
Realmente impossibile non consigliarne la lettura.










