Ribattere cento attacchi di fila sparati da un cannone? Colpire la palla in modo che cada all’improvviso in spregio alla gravità? Trovare la battuta perfetta nel pieno di una tormenta di neve? Facile se sei Mimi Ayuara. Credete che l’eroina del volley che ha spinto una moltitudine di bambini a giocare in cortile avvolgendosi nei polsi delle pesanti catene sia solo fantasia? Vi sbagliate di grosso.
Julien Faraut, regista francese, ha appena dato alla luce un docufilm che racconta con interviste, video e immagini la storia della nazionale giapponese femminile di volley che si guadagnò sul campo di gioco a suon di schiacciate il nome di Streghe d’Oriente, titolo anche del docufilm.
Una storia imperdibile che ha ispirato in modo evidente gli anime giapponesi diventati celebri in tutto il mondo, prima fra tutte proprio Mimi Ayuara (Mimi e la nazionale di pallavolo), ma anche la meno nota eppure dolcissima e determinata Mimi Miceri (Mimi e le ragazze della pallavolo) e poi, in tempi un po’ più recenti Mila e Shiro (Attacker You!).
Chi è vissuto tra la fine degli anni ’70 e metà ’80 sa bene di cosa parliamo. Lungi dall’essere cartoni animati d’evasione per bambine, i tre anime si fondano su sacrificio, disciplina e sofferenza. Se vogliamo dirla tutta, anche un filino di sadismo. Gli allenatori sono dei carcerieri che pretendono il massimo dalle allieve anche in età da scuola media, le punizioni sono ben oltre i limiti dell’arresto. Volontà di ferro, indifferenza al dolore, estenuante fatica sono gli ingredienti per eccellere. Nell’anime Mimi e le ragazze della pallavolo una delle giocatrici addirittura morì a causa della durezza degli allenamenti. Tutti ricordiamo gli schiaffi elargiti da Mister Inokuma, le trecento pallonate lanciate in faccia alle atlete da Mister Hongo e le minacce con un bastone da kendo fatte alle giocatrici da Mister Daimon, ma non tutti sanno che queste figure hanno un alter ego reale che li ha ispirati.
L’allenatore che rese celebre la nazionale giapponese, Hirofumi Daimatsu, era soprannominato il Demone: costringeva le sue allieve ad allenarsi per otto ore consecutive, dalle 16 a mezzanotte, e nonostante la sofferenza, come dichiarano le ragazze nelle interviste del docufilm, tutte resistevano, in vista di una meta superiore: le Olimpiadi del 1964.
La squadra, Toyo no Majo, era composta da operaie di una delle tante industrie che nel Giappone del dopo guerra lavoravano incessantemente perché il loro paese tornasse a rialzarsi. Lo sport fu una possibilità per riabilitare la nazione e convogliare l’energia e la voglia di ricominciare di un intero popolo.
Vinsero il campionato europeo con ventiquattro vittorie consecutive, diventando campionesse del mondo nel 1962 grazie ad allenamenti estenuanti che mescolavano varie discipline tra cui lo judo e la ginnastica acrobatica. Ma il traguardo finale fu proprio alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 dove, con un ace vincente battuto a bilanciere, come usavano le squadre asiatiche dell’epoca, il Giappone strappò il primato all’inarrivabile Russia. Anche nell’anime di Mimi Ayuara l’allora Urss era l’avversario con cui misurarsi in finale senza esclusione di colpi. E che colpi: l’alzata incrociata di Selenina a cui seguiva l’attacco della claudicante ma volitiva Volciskaja, causarono danni a auto e finestre nei cortili di tutto il mondo grazie a tentativi di imitazione mal riusciti. La squadra sovietica era considerata l’eccellenza e ovviamente la favorita per il posto più alto del podio ma così come nella realtà anche nell’anime fu il Sol Levante a conquistare l’oro.
Il volley faceva il suo ingresso come disciplina olimpica per la prima volta e la nazionale giapponese seppe onorare questa prima volta con una vittoria spettacolare. Premiate dall’imperatore Akihito e dall’imperatrice Michico, entrambi visibilmente emozionati, le ragazze esultarono tra le lacrime. Il Demone, seppure commosso, rimane in panchina e osserva le sue giocatrici gioire e abbracciarsi. Un uomo criticato per i suoi metodi incorruttibili, severo e spietato, ha reso un gruppo di giovani operaie le Streghe d’Oriente, consegnandole al mito.










