Che ruolo hanno oggi il tempo e la ricchezza nella nostra vita? Come è cambiata la percezione del lavoro, considerato il fondamento della nostra dignità di esseri umani e, più in generale, ciò che ci definisce? Le risposte sono tante, tutte quante fortemente influenzate da fattori ed esperienze personali. Ma da molte di queste spesso emerge un desiderio comune: abbandonare ambienti di lavoro tossici, rifiutare un modello produttivo malsano, valorizzare maggiormente il proprio tempo e, inoltre, smettere di sacrificare la propria salute per un sistema che non soddisfa più. Questa consapevolezza porta a una vera e propria diserzione di massa, meglio conosciuta come fenomeno delle grandi dimissioni.
Questa tendenza ha scatenato dibattiti, studi e analisi: tra questi troviamo ‘Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita’ (Einaudi, 2023), il libro della sociologa di fama internazionale Francesca Coin presentato al Teatro Doglio la scorsa domenica in occasione dell’ottava edizione del LEI festival organizzato da Compagnia B con la direzione artistica di Alice Capitanio. Durante l’incontro, in dialogo con Alessandro Spedicati, Coin ha passato in rassegna alcuni aspetti della sua analisi, concentrandosi sulle dinamiche sociali che caratterizzano la questione delle dimissioni e le sfide associate al modello produttivo attuale.
Il fenomeno, nato negli Stati Uniti dove è conosciuto come Big Resignation o Big Quit, si è accentuato dopo la pandemia: “Nel 2021 – spiega Coin – 48 milioni di persone si sono dimesse negli Stati Uniti, mentre nel 2022 si è arrivati a 50 milioni”. Le grandi dimissioni sono arrivate anche in Italia, paese che fino a quel momento era estraneo a questa realtà: qui si sono registrate due milioni di dimissioni sia nel 2021 che nel 2022. Il boom di licenziamenti è legato a un’inversione di rotta nel dibattito sul tempo del lavoro. “Prima e durante la pandemia l’interesse per il tema era decisamente marginale – spiega Coin – Ciò che si temeva di più erano i licenziamenti di massa. A fine pandemia, la situazione si è ribaltata: c’è carenza di personale per una questione demografica, per mancanza di skills o perché semplicemente le persone non vogliono lavorare più in certi settori”. I turni massacranti e la maggiore esposizione a rischi per la salute hanno portato a ripensare le priorità: il lavoro è passato in secondo piano per dare spazio alla salute, al benessere e al controllo del tempo. Secondo Coin “i dati evidenziano che esiste una consapevolezza diffusa su ciò che non va nel modello produttivo, ma anche nell’organizzazione della nostra vita sociale”.

Le ragioni dietro a questa insofferenza di massa sono molteplici, riconducibili a un modello produttivo ormai invecchiato, reso ancora più problematico dai consistenti tagli all’organico a partire dagli anni Novanta. A tutto ciò si aggiungono tutta una serie di illusioni e speranze passate ormai perse. “Effettivamente, prima la società era così avanzata da poter garantire più uguaglianza e istruzione. Al giorno d’oggi dobbiamo fare i conti con queste promesse – spiega Coin – perché ci ritroviamo a vivere in una società fortemente diseguale, colpita da un’inflazione rampante, in cui la produttività è compromessa da ritmi lavorativi intensi ed estenuanti e da paghe troppo basse. Nel caso dell’Italia, la situazione è particolarmente allarmante perché gli stipendi sono diminuiti ulteriormente rispetto alla media europea e in alcune zone non ci sono opportunità lavorative”.
Tra i miti da sfatare nel dibattito sui licenziamenti di massa vi è l’idea che lasciano il lavoro quelli che se lo possono permettere. Al contrario, come la stessa Coin fa notare, questa grande trasformazione coinvolge quella fascia di popolazione meno privilegiata all’interno del mercato del lavoro: “Questo accade perché le paghe troppo basse diventano insostenibili di fronte all’inflazione e al costo della vita sempre più elevato. Ci si rende conto che molto spesso, pur lavorando, non si riesce a vivere. Oltre a questo, si è consapevoli di valere di più rispetto a ciò che si riceve”. È evidente che le persone siano ormai indisponibili, come dimostrano le tante testimonianze disseminate nel libro, con un occhio attento ai settori più colpiti: dalla ristorazione al commercio, dalla logistica alla sanità fino ai lavori qualificati ma comunque sottopagati. Dalle storie degli intervistati trapela un chiaro malessere che attanaglia tutti, a prescindere dalla professione.
Le grandi dimissioni diventano una forma di ribellione contro un sistema che sfrutta le persone e le relega a lavori sottopagati e disumanizzanti, evidenziando la crisi di un sistema. “Nonostante ciò, questa non è la soluzione – afferma Coin – Piuttosto, il cambiamento avverrà solo attraverso un ripensamento di questo modello produttivo”. C’è veramente tanta strada da fare, anche se alcuni cambiamenti sono già in atto: ad esempio, in Inghilterra è stata introdotta la settimana lavorativa di quattro giorni con risultati decisamente ottimi: minore stress, aumento della produttività e del fatturato e, inoltre, abbattimento dell’inquinamento. Anche in Italia, Luxottica ha avviato la sperimentazione della settimana lavorativa breve, per una durata di 20 settimane. Queste trasformazioni sono estremamente importanti perché dimostrano che esiste un’intelligenza diffusa, molto utile a mostrare una direzione in cui la società dovrà andare per poter cambiare questo sistema produttivo.
(Foto di Roberto Cadeddu)










